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  • La prima volta di Adélaïde de Clermont-Tonnerre

    «Mi affascinano le persone che si sono fatte da sole»

  • La prima volta di Adélaïde de Clermont-TonnerreLa prima volta di Adélaïde de Clermont-Tonnerre

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    Francesca Mantovani/Opale/Luzphoto, Angus Muir, Antonio Parrinello

    La prima volta di Adélaïde de Clermont-Tonnerre
  • Adélaïde de Clermont-Tonnerre appartiene a una delle più antiche famiglie dell’aristocrazia francese, che ha regalato al Paese due santi, un Gran Maresciallo e una dozzina di cardinali. Bionda, un fisico da modella, ha frequentato scuole prestigiose ed è approdata in una banca d’affari, prima d’optare per un posto da giornalista a Point de vue. La vita di Adélaïde, 34 anni, ha pochi punti in comune con quella di Zita Chalitzine, l’eroina del suo primo romanzo, Il visone bianco (Mondadori, pagg. 412, 19,50 euro), vincitore in Francia di due premi letterari (Prix Maison de la Presse, Prix Françoise Sagan). Certo, anche Zita è bella e intelligente, ma è la figlia di una portinaia. Nella Parigi degli Anni 70, è pronta a tutto - anche a prostituirsi nell’elegante “maison close” di Madame Claude - per uscire dall’anonimato e per realizzare il sogno di diventare una romanziera. Bella di giorno, incrocia la crème dell’alta società e diventa l’amante di un grande scrittore. Quando viene trovata morta suicida sul sedile di una Mercedes, un visone bianco sulle spalle, sua figlia Ondine scopre in un cassetto un’autobiografia inedita: le permetterà di svelare i segreti di una madre che non vedeva da dieci anni. Appassionante come un feuilleton del XIX secolo, Il visone bianco seduce con la sua galleria di personaggi e una trama ben strutturata. «Volevo un’eroina che esprimesse tutta la mia ammirazione per le persone che si sono fatte da sole», dice la scrittrice.

    Perché? Il suo nome le ha aperto facilmente delle porte e si sente in colpa?
    «No, non mi sento in colpa, ma sono cosciente d’essere stata avvantaggiata. Ieri, in metropolitana, ho visto una ragazza bellissima, molto elegante, di quelle che possono avere il mondo ai loro piedi. Poi, però, ha cominciato a parlare svelando un forte accento di banlieue. Raccontava a un conoscente che stava andando a un colloquio di lavoro. Ecco, ho pensato, quell’accento la penalizzerà».

    Zita nasconde le sue origini modeste sotto un visone bianco.
    «Lo compra con i primi soldi guadagnati da Madame Claude. La pelliccia diventa il simbolo del suo successo. Zita vuole la visibilità. E poi, la pelliccia è un po’ l’emblema degli Anni 70. La portavano tutti: dall’hippy alla vecchia contessa».

    Nel libro non risparmia critiche all’ipocrisia di certi ambienti intellettuali e borghesi.
    «Li bacchetto, ma con affetto. Il mondo delle case editrici può essere molto duro, soprattutto per una donna».

    In che senso?
    «Giovane giornalista, partecipavo a una cena in presenza di scrittori famosi e di grandi editori. Quando il discorso è caduto su una serie di autori femminili, l’autorevole consesso ha cominciato a mettere in dubbio il loro talento. Per le donne è ancora difficile imporsi sulla scena, purtroppo».

    Ma lei sembra cavarsela bene. Come sua cugina, Hermine de Clermont-Tonnerre, che è diventata la star di un reality in Francia. Che ne pensa la sua famiglia?
    «I più anziani borbottano un po’. Io, invece, l’ammiro. È spontanea e gioca con ironia sull’immagine che la gente proietta sull’aristocrazia. Io non ne sarei capace!».

    14 Febbraio 2011 Emanuela Mastropietro

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