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  • Moccia vietato ai minori

    Dopo il successo di Tre metri sopra il cielo, lo scrittore parte alla conquista di un pubblico più adulto

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    Moccia vietato ai minori
  • Con i numeri c’è poco da scherzare, e quelli di Federico Moccia fanno impressione. Cinque milioni di copie vendute con i suoi libri, da Tre metri sopra il cielo (anno 2004) a Scusa ma ti voglio sposare (del 2009) e più di 50 milioni incassati dai film tratti dai suoi romanzi. Le sue opere hanno perfino ispirato un neologismo: l’aggettivo “mocciano”, come sinonimo di qualcosa di sentimentale, mieloso, commerciale. Soprattutto adolescenziale. Il tempo però passa per tutti, anche per chi, 14enne, si è appassionato alle vicende di Step e Babi. L’uomo che non voleva amare - l’ultimo suo romanzo - è pensato per loro, per chi adesso è cresciuto e vuole storie più adulte. Non più studenti, quindi, ma uomini. Anzi, un uomo, Tancredi, seduttore che ha rinunciato da tempo alla felicità. Attorno a lui si muovono passioni, musica classica, sesso per nulla da ragazzini, donne sposate e amanti pentite. Come a dire che si cresce, è vero, ma i tormenti, soprattutto amorosi, rimangono, in fondo, gli stessi. «Soffrire per amore non è un fatto generazionale», spiega lui, di passaggio da Milano prima di tornare a Sanremo dove, in veste di autore, sta lavorando all’evento più nazionalpopolare che ci sia, e che inizia il 15 febbraio.

    In “L’uomo che non voleva amare” il protagonista è un 35enne. Ma c’è differenza tra l’amore degli adolescenti e quello degli adulti?
    «Quando sei ragazzo non hai esperienze dirette: le uniche fonti di informazioni sui tuoi sentimenti vengono dall’osservazione delle persone che ti stanno intorno. Recepisci sensazioni, ma non sai esattamente che cosa ti stia succedendo. Da adulto hai più mezzi per decifrare le emozioni. Il denominatore comune, però, c’è ed è l’idea che quello che stai provando sia unico e destinato a durare per sempre».

    E il sesso cambia? In questo libro ce n’è parecchio.
    «Il modo in cui si vive il sesso dipende molto dal modo in cui lo si scopre, dalle esperienze passate. Parlarne in un modo anche esplicito è una forma di rispetto nei confronti dei miei lettori, che sono cresciuti».

    Scrittore e autore televisivo. Che cosa hanno in comune Sanremo e i suoi libri? Forse la possibilità di regalare un sogno? In fondo Sanremo è un po’ quello: per una settimana si sospende la realtà e si vive dentro a una bolla.
    «Anch’io, da ragazzo, Sanremo l’ho sempre vissuto così. Quest’anno, però, oltre al sogno rappresentato dalle canzoni e dalle due primedonne, c’è anche un altro elemento: il cinismo portato dai comici Luca e Paolo. Diciamo che il mio ruolo è quello di tenere insieme tutti questi aspetti diversi per creare uno spettacolo piacevole e interessante».
    Morandi come conduttore come se la caverà?
    «Benissimo. È una persona divertente, fresca, capace di sfumature. In più conosce tutti gli artisti e sarà in grado di farli sentire bene sul palco».
    Per molti Sanremo è la svolta della carriera, la realizzazione di un sogno. Anche per lei è così, nonostante i libri, i film e gli altri programmi di cui è stato autore, tra cui “Ciao Darwin”?
    «Un po’ sì... Sanremo è comunque speciale».

    16 Febbraio 2011 Simona Siri

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