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  • Tony Blair: «Se avessi dato retta a Bill...»

    Clinton gli aveva consigliato di «fermarsi un po’». Ma Tony Blair non lo ha ascoltato: «Sembra assurdo, ma lavoro più ora di quando ero Primo ministro». Si occupa di tre fondazioni, segue i colloqui di pace in Medio Oriente. E ha appena pubblicato la sua autobiografia

  • Tony Blair: «Se avessi dato retta a Bill...»Tony Blair: «Se avessi dato retta a Bill...»

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    Philippe Petit

    Tony Blair: «Se avessi dato retta a Bill...»
  • Non lasciatevi trarre in inganno dall’aria rilassata. A 57 anni, Tony Blair è un giovane pensionato iperattivo. Se è vero che non è più al potere, tuttavia ricopre ancora un ruolo di primo piano sulla scena e occupa un posto speciale nel cuore dei britannici, a metà strada tra l’essere adorato e detestato. Le sue memorie non potevano lasciare indifferenti: uscita in tutto il mondo (l’edizione italiana s’intitola Un viaggio, Rizzoli), la sua autobiografia di 500 pagine scatena passioni contrastanti. I 22 capitoli del suo libro sono stati passati al setaccio dalla stampa internazionale e dal pubblico, che non gli hanno risparmiato nessuna critica. A Dublino, per esempio, in occasione della presentazione del volume, l’ex Primo ministro è stato accolto con lanci di bottiglie di plastica da parte di alcuni manifestanti. Sono in molti a non perdonargli il suo irriducibile sostegno a George W. Bush durante la guerra in Iraq (ma Blair scrive di non avere rimpianti). Malgrado le critiche, il libro è già un bestseller. Senza giri di parole, Tony Blair affronta tutti gli argomenti: la politica (critica aspramente il suo successore Gordon Brown), la guerra, la famiglia reale, la sua vita privata, la religione (si è convertito al cattolicesimo al termine del suo incarico e, in occasione della recente visita del Papa in Inghilterra, ha scritto un articolo per l’Osservatore romano elogiando “il coraggio intellettuale” del Pontefice), perfino il sesso.

    L’ex premier ci ha ricevuti a Londra. Quando ci apre la porta del suo ufficio nell’elegantissimo quartiere di Mayfair, appare dimagrito, abbronzato e piuttosto teso, con i capelli molto più bianchi.

    Il suo libro sta uscendo in tutto il mondo. Che sensazione prova?
    «Sollievo. Mi sento anche un po’ stordito di fronte a questa cosa, questo libro, che ormai vive di vita propria. E mi dico: “Santo cielo, ho davvero scritto tutto questo!”».

    Ed è tutto quello che aveva da dire?
    «A dire il vero, è strano: rileggendolo, mi rendo conto che avrei sufficiente materiale per scriverne un altro. Sto scherzando!».

    Ci ha fatto entrare nell’intimità della sua famiglia. Il libro è piaciuto a sua moglie e ai vostri quattro figli?
    «Credo di sì. Anche se Euan, il primogenito, mi ha detto: “Papà, ti rendi conto che le uniche volte in cui parli di me nella tua autobiografia è per raccontare che i miei risultati scolastici non erano eccezionali e che, una notte, hai dovuto mandare un poliziotto a recuperarmi per strada perché avevo bevuto troppo?”. Approfitto quindi di questa intervista per precisare che Euan, che oggi ha 26 anni e si è laureato a Yale, è un ragazzo fantastico».

    Lei ha smesso di essere Primo ministro a 54 anni, un’età in cui la maggior parte degli uomini politici accede alla carica più alta. Non le manca il potere?
    «Sembra assurdo, ma probabilmente sono più occupato adesso. Ho la sensazione di perseguire gli stessi obiettivi, solo in modo diverso. Sono coinvolto nel processo di pace in Medio Oriente e inoltre mi occupo di tre fondazioni. La prima ha come finalità la promozione del dialogo interconfessionale ed è presente in una cinquantina di Paesi, mentre la seconda aiuta i governi africani a mettere a punto la loro politica di sviluppo. Lavoro anche nel campo del cambiamento climatico. La terza fondazione riguarda lo sport».

    Quando si è chiuso alle spalle la porta del numero 10 di Downing Street, dopo dieci anni al potere, non ha avvertito una certa malinconia?
    «No, avevo avuto il tempo per prepararmi. In realtà non volevo diventare Primo ministro a tutti i costi e neppure smettere di esserlo. Mi piace guardare avanti: sono un uomo che ha una visione prospettiva, non retrospettiva».

    Appena prima di lasciare il potere, ha chiesto consigli sul “dopo”?
    «Sì, mi sono rivolto a Bill Clinton, ma anche a George Mitchell, l’ex senatore democratico divenuto inviato speciale americano per il Medio Oriente. Bill mi ha detto: “Fermati un attimo e prendi le distanze”. George, invece, mi ha consigliato: “Non fermarti e rimettiti subito in gioco”. Non ho dato ascolto a Bill: non sono un uomo che si siede».

    Ci sono dei momenti in cui avrebbe voglia di essere ancora nel cuore dei grandi avvenimenti?
    «Certamente. Quando scoppia una crisi importante, il mio istinto politico si risveglia: in quei momenti non mi piace restare un semplice spettatore. Ma, a parte questo, amo la mia nuova vita, che mi offre molte soddisfazioni e molti stimoli. Lo dimostra il fatto che nei giorni scorsi, a Washington, ero seduto allo stesso tavolo del Presidente Barack Obama e del Segretario di Stato Hillary Clinton per la ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Non credo siano stati molti i Primi ministri britannici che hanno avuto l’occasione di frequentare, ad alto livello come me, tre Presidenti americani: Bush, Clinton e Obama».

    Nel suo libro pone fortemente l’accento sull’isolamento in cui vive chi ricopre le massime cariche.
    «Quando si diventa Presidente o Primo ministro, ci si ritrova davanti a quella che io chiamo una specie di cospirazione contro la normalità. È come se una persona, nella posizione di leader, volesse mantenere il contatto con gli altri esseri umani e tutto nella sua professione la allontanasse. È una situazione estremamente difficile da vivere».

    Lo stesso vale per i suoi amici. Ha scritto che conoscerla equivaleva a prendere una malattia!
    «Lei sa come può comportarsi la stampa inglese... Per arrivare a me, prendeva di mira i miei amici, al punto che mi sono trovato costretto a dire loro di non fidarsi e di tenersi alla larga da me!».

    Ha confidato la difficoltà che ha provato a essere costantemente osservato, a dover “mantenere la sua immagine”. Ritiene che sia il destino di tutti i leader o che la sua giovane età la rendesse più mediatico?
    «Rispetto al passato, la nuova generazione dei capi di Stato è molto più sotto i riflettori. Quando sei al potere, tutti vogliono sapere di più su di te. Trovo che il veleno sparso in politica sia peggiore di un tempo e che costituisca un vero problema per i leader. Gli attacchi impiegano molto poco a divenire personali».

    Ci ha rivelato che beveva molto, che l’alcol era diventato un “sostegno”.
    «Capiamoci bene: il mio consumo di alcol non era “eccessivamente eccessivo”, ma ero al limite. Quando si è molto tesi o sotto pressione, può costituire un modo per rilassarsi, ma non bisogna permettere che diventi qualcosa d’altro. Avevo veramente voglia di raccontare, per una volta dall’interno, che cosa prova a livello personale un politico, che è anche un essere umano».

    Ha affrontato anche un altro tabù: il sesso. Come può un uomo politico imbarcarsi in un’avventura extraconiugale sapendo che può compromettere la sua carriera?
    «Accade perché è un essere umano su cui pesa una responsabilità costante e intensa, che deve sempre mantenere l’autocontrollo. Lasciarsi trascinare in un’avventura è una forma di liberazione di cui sente l’esigenza. Il problema non è il tradimento, ma le complicazioni che ne seguono!».

    Ha dedicato un intero capitolo alla principessa Diana. Che rapporto aveva con lei?
    «Mi sentivo piuttosto vicino alla principessa, mi piaceva molto. Era un personaggio fuori dal comune, straordinario, un’icona. Era incredibilmente vicina alla gente, l’amava davvero. Non ho mai conosciuto nessuno che abbia avuto così costantemente i riflettori puntati addosso. Alla fine trovava tutto questo opprimente».

    In che rapporti era, invece, con la regina Elisabetta?
    «Nutro un grande affetto e rispetto nei suoi confronti. La prima volta che l’ho incontrata, appena dopo essere stato eletto, mi ha detto: “Lei è il mio decimo Primo ministro: il primo è stato Winston Churchill e lei non era ancora nato”. Quando è morta Diana, la conoscevo appena: quando ho lasciato il potere, la conoscevo molto bene. I giornali inglesi hanno riportato che la giudicavo altezzosa: non ho mai detto nulla del genere. Ho parlato di un certo orgoglio; dopo tutto, è la regina! Durante il mio mandato è sempre stata molto gentile e benevola nei miei confronti. E piena di compassione nei momenti in cui ho dovuto affrontare delle scelte dolorose».

    A proposito delle vittime della guerra in Iraq, ha scritto: “Sono morti e io, che prendevo le decisioni, sono ancora vivo. La mia responsabilità è legata al presente e al futuroì”. Che cosa intende dire?
    «Che io rimango il responsabile, anche se ho lasciato Downing Street. Il fine della mia fondazione interconfessionale e del mio lavoro in Medio Oriente è quello di cercare di far avvicinare i popoli per lottare contro l’estremismo. Voglio proseguire perché le decisioni che ho preso hanno avuto delle conseguenze e perché le minacce sono ancora presenti. Non solo a Kabul o a Baghdad, ma anche per le strade della Francia o della Gran Bretagna. Stiamo vivendo uno scontro di ideologie e di culture. Il fondamentalismo al quale ci siamo trovati davanti in Afghanistan e in Iraq resta per noi una sfida».

    29 Settembre 2010 Marion Mertens

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