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  • Vivian Diller e Jill Muir-Sukenick: "Prima del chirurgo, guardatevi allo specchio"

    Vivian e Jill sono due ex modelle. Hanno studiato psicologia e ora aiutano le donne in lotta con le rughe

  • Vivian Diller e Jill Muir-Sukenick: Vivian Diller e Jill Muir-Sukenick: Vivian Diller e Jill Muir-Sukenick:
  • Un mix di femminismo e narcisismo, quello buono, può salvare le donne dal reagire con il panico all’invecchiamento. Lo propongono nel nuovo libro Face It (“Guardiamo in faccia la realtà”) - il sottotitolo è “Che cosa provano davvero le donne mentre il loro aspetto cambia” - due psicologhe newyorkesi, ed ex modelle, Vivian Diller e Jill Muir-Sukenick. Affrontare i cambiamenti dell’età non è facile in una società che identifica la bellezza con la gioventù, ma la soluzione non è negare il problema. «Dobbiamo invece parlarci, prenderci cura di noi, scoprendo un modo personale di essere attraenti», spiega la Diller, 56 anni portati benissimo.
    Lei e la dottoressa Sukenick avete fatto entrambe le modelle prima di diventare psicologhe: una coincidenza?
    «Sì. Ci siamo incontrate a un congresso, 20 anni fa, e abbiamo scoperto di avere la stessa esperienza: passare da un mondo dove la bellezza è tutto a un altro dove l’apparenza sembra irrilevante. Ci siamo rese conto di avere un’opportunità unica di descrivere come sia possibile cambiare atteggiamento verso il proprio look, evitando gli estremismi».
    Quali?
    «Una tendenza tipica è cercare di ignorare l’età, dicendo a noi stesse: “Sono una donna intelligente, di successo, non mi importa delle rughe o dei capelli bianchi”. All’opposto, siamo spaventate dalla competizione con le donne più giovani: “Se non faccio qualcosa sono persa”. Tutte noi oscilliamo fra questi estremi, perché siamo bersagliate da messaggi in conflitto fra loro: quello femminista, che ci invita ad affermarci con la nostra intelligenza, e quello iperfemminile, che esalta la bellezza e la identifica con la giovinezza».
    Perché lei ha scelto di fare la psicologa?
    «Ho cominciato la mia carriera con la danza, poi, per un infortunio, ho dovuto smettere e ho fatto la modella. Però la sera studiavo: ho scelto la specializzazione in psicoterapia perché volevo un mestiere in cui l’età non conta e, anzi, il passare del tempo aggiunge esperienza e ti rende migliore. Ora aiuto modelle, atlete, attrici a capire che cosa significa un mestiere basato sulla giovinezza. Anche se, in realtà, i loro problemi non sono molto diversi da quelli di chi svolge altre professioni».
    Nel libro scrivete che, negli ultimi anni, sono aumentate le donne di mezza età che soffrono di depressione o di disturbi alimentari a causa dell’invecchiamento…
    «È vero, quando arriva il momento che noi chiamiamo “Uh-Oh”, cioè la sorpresa di vedere allo specchio i primi capelli bianchi o le prime rughe, la reazione immediata è correre ai ripari. Ma non tutti i metodi sono validi. Tra sfinirsi di allenamenti in palestra o andare subito dal chirurgo, una via di mezzo c’è: parlarne».
    Anoressia, depressione: quanto hanno in comune i tormenti di una 15enne e quelli di una 50enne?
    «Molto. Si tratta di due età di passaggio importanti: gli ormoni impazziscono, il corpo si trasforma e si può odiarlo fino a dire “preferisco morire”. E poi cambiano i ruoli: da teenager non si vorrebbe lasciare l’infanzia, a 50 anni si soffre la sindrome del nido vuoto, con i figli che se ne vanno. La differenza è che, durante l’adolescenza, poche di noi sono sagge, invece, da donne mature, si può gestire meglio la propria trasformazione».
    Per farlo, voi dite che bisogna ritornare alle proprie radici e analizzare l’esempio dato dalle nostre madri. Perché?
    «Perché il modo con cui un genitore ha vissuto il suo invecchiamento ci influenza profondamente. E, se noi stesse abbiamo delle figlie, è importante mostrar loro che si può reagire senza farsi prendere dal panico».
    Sua madre che cosa le ha insegnato?
    «Era un’ebrea polacca sopravvissuta all’Olocausto: mi sembrava molto vecchia, con pochi capelli e pochi denti, più nonna che mamma. Per lei la bellezza non era un problema, era solo felice di essere viva. Io ero consapevole di quanto fosse fortunata la mia gioventù in confronto alla sua e sapevo quanto fosse importante per la mia famiglia che io crescessi sana e attraente. Sentivo anche un po’ il peso della responsabilità di sfruttare le chance che i miei genitori non avevano avuto».
    In “Face It” citate Sofia Loren, 76 anni, come modello di un atteggiamento positivo verso la vecchiaia. Ma il suo volto mostra i segni di qualche lifting…
    «Non siamo contrarie alla chirurgia plastica o al botox. L’importante è farvi ricorso dopo essersi chieste: che cosa significa per me? “Aggiustando” un pezzo, cambia anche la percezione del resto: un po’ come quando si mette un tappeto nuovo vicino a un divano vecchio».
    Lei l’ha fatto?
    «No, ma non mi sento di giudicare negativamente chi ha scelto diversamente».
    E Jane Fonda, 73 anni?
    «È un esempio di come tutte facciamo fatica a sottrarci alla cultura dominante. Nel suo blog, recentemente, ha confessato: “Sono vittima dell’ennesimo intervento di chirurgia plastica. Non voglio farne mai più”».
    Molti lodano Meryl Streep, 61 anni, perché accetta le sue rughe…
    «Come dice il titolo del suo ultimo film... È complicato! Forse è lei a essere fortunata: ha buoni geni e fa bene a non cedere al lifting. Ma per altre donne può essere più difficile. Ognuna deve trovare la propria strada, ricordando tre cose: essere flessibili nella propria definizione di bellezza, essere franche nel parlare con se stesse quando ci si guarda allo specchio, trovare un equilibrio nel prendersi cura di sé. E mai e poi mai lasciarsi andare».

    19 Maggio 2010 Maria Teresa Cometto

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