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Che cosa ci fa l’elegante Adrien Brody nella giungla con un fisico da culturista? Semplice, si cala nella parte. Per interpretare Il pianista (e vincere l’Oscar) aveva venduto tutto. Per Predators, invece, è andato a vivere nella foresta. «Che non è più pericolosa del posto in cui sono nato»

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Ha modi gentili, gli ridono gli occhi, il naso e le labbra a lama. Sul set di Midnight in Paris - prossimo film di Woody Allen con cast usualmente stellare, con tanto di cameo di Carla Bruni - si ritroverà con la ex Elsa Pataki (l’attrice spagnola di Manuale d’amore 2), anche se, di recente, si parla di un suo flirt con January Jones, la Betty Draper della serie tv Mad Men. Secondo l’Huffington Post i due si sarebbero visti al Rose Bar di New York, arrivati e andati via separati (lui su una delle sue amatissime moto). Adrien Brody non sai bene come prenderlo. Devi essere un uomo con una determinazione che, solo a immaginarla, fa spavento.
Per tutti è quello del Pianista. In realtà, recita da quando aveva 13 anni e, a parte i motori e le corse, non risulta abbia mai raccontato molto d’altro. Figlio unico, cresciuto nel Queens, a New York, votato da Esquire “uomo meglio vestito d’America”, dice di non fare mai niente per soldi («Mi sembrerebbe sbagliato») e, anche se non è mai andato alla scuola di recitazione di Stella Adler, è “il Metodo” fatto persona. Ogni parte che interpreta è un’odissea di chili persi e presi, di isolamenti e di vite stravolte. Il tutto conservando aspetto etereo ed enorme ambizione. Lo hanno incensato dandogli del “giovane Al Pacino”, ma lui ha risposto: «Preferisco essere un giovane Adrien Brody, grazie». Con Il pianista di Roman Polanski è stato il più giovane a vincere l’Oscar di miglior attore protagonista (29 anni, meglio di Jack Nicholson e Daniel Day-Lewis) ed è l’unico americano che abbia fatto suo un César. Ha lavorato con Spike Lee (S.O.S. Summer of Sam - Panico a New York), con Ken Loach (Il pane e le rose), con Wes Anderson (Il treno per il Darjeeling) e ha fatto King Kong con Peter Jackson. Ora, si è calato nei panni che furono di Arnold Schwarzenegger in Predators (nelle sale il 14 luglio). E poi, quei panni, se li è tolti. Esibendo tutti i muscoli che ha messo su per combattere gli alieni.
Se interpreta un ruolo che fu dell’ex culturista Schwarzenegger, deve essere convinto di poter fare tutto.
«No, ma questo mestiere è un po’ così, no? Non lo scegli per fare sempre la stessa cosa, altrimenti non c’è gusto».
Però, lei si sta specializzando in sopravvivenza. Nel film “Il pianista” cercava di sfuggire ai nazisti, in “Predators” agli alieni. Da dove le viene questa passione per il genere “survival”?
«Di Predator, il film originale dell’1987, ero un fan quando avevo 14 anni, quindi appartiene alla categoria “sogni-che-si-avverano”. Ovviamente non ero il primo della lista per la parte di Arnold Schwarzenegger: con questo naso, con questa faccia... Però la volevo con tutto me stesso».
Come l’hanno presa i fan di “Predator” quando hanno saputo che avevano ingaggiato lei per questo sequel?
«All’inizio male: credevano non fossi all’altezza. Li capisco perché difendevano qualcosa a loro molto caro, ma quando vedranno il film, capiranno che non ho tradito il personaggio. Royce è un mercenario, un tipo complesso, tormentato, isolato. Non è la sua forza fisica che conta, non è con quella che batte gli alieni, ma ha cervello, addestramento, forza interiore».
Be’, non solo quella... Come ha fatto a mettere su quei pettorali e quegli addominali?
«Ho preso più di dieci chili, mi sono allenato quasi religiosamente, ho stravolto le mie abitudini alimentari e il mio stile di vita».
E come si fa?
«Io mi sono isolato. All’inizio abbiamo girato vicino a Hilo, alle Hawaii, in una foresta pluviale fittissima. Mi hanno consentito di stare lì in un piccolissimo bungalow, solo una stanza e, finite le riprese della giornata, non tornavo neanche in albergo. Camminavo nella giungla, meditavo, leggevo manuali di sopravvivenza. Al mattino raggiungevo il set a piedi».
Insomma ha rifatto il training che si era inflitto per “Il pianista”. Anche allora si era isolato. Non aveva addirittura venduto tutto?
«Avevo fatto il possibile per avvicinarmi a qualcosa di simile alla privazione subita dal personaggio che interpretavo, Wladyslaw Szpilman, il pianista ebreo sopravvissuto al ghetto di Varsavia. Ho cercato consolazione nella musica, come lui. E ho provato a fare davvero la fame. Dopo, per molto tempo, mi sono goduto ogni pasto con una gioia che non avevo mai provato. Avevo lasciato anche il mio appartamento, venduto la macchina, buttato via il cellulare».
La sua fidanzata di allora come l’aveva presa?
«Diciamo che non era il momento di averne una».
E adesso lo è?
«Meglio, sì».
Quest’anno, negli Stati Uniti, uscirà anche “Wrecked” e anche in questo caso cercherà di sopravvivere, nello specifico a un incidente stradale...
«Il personaggio che interpreto si sveglia, si ritrova incastrato in auto e non capisce che cosa gli è successo. Non ricorda nulla. Praticamente mi hanno mollato nel nulla, a febbraio, in mezzo a una foresta della British Columbia. Senza neppure una torcia elettrica: faceva un freddo pazzesco e ho mangiato anche degli insetti. Un’esperienza davvero al limite».
Dica la verità: si annoierebbe a morte in una commedia.
«No, anzi. Di recente ho recitato anche in un film, High School, dove sono uno che coltiva marijuana e prova a drogare un intero liceo».
Sì, ma ha recitato anche in “The Experiment”, una storia terrificante in cui un team di psichiatri fa credere a un gruppo di persone di essere in una prigione...
«È il remake di un film tedesco del 2001, ci siamo io e Forest Whitaker, la regia è di Paul Scheuring. I partecipanti all’esperimento vengono divisi in due gruppi, carcerieri e prigionieri, e sono costantemente monitorati. Non possono andarsene, finché la situazione degenera. Io sono un prigioniero».
Tornando a “Predators”: non aveva paura di starsene nella giungla?
«Avevo più paura nel Queens, dove sono cresciuto: non è un quartiere facilissimo per un ragazzino. Certi animali sembrano minacciosi, ma sono aggressivi e predatori quanto certi esseri umani».
Come era il Queens di cui parla?
«Selvatico. A un certo punto mi ero messo con dei balordi, ma, per fortuna, i miei genitori hanno saputo starmi vicino e mi hanno iscritto a una scuola di recitazione. Del resto ho sempre recitato: per guadagnarmi qualche soldo facevo il mago alle feste dei bambini».
Tutto questo protagonismo da dove nasce?
«Mettersi seriamente nei panni di qualcun altro è la cosa più vicina che esista a un’esperienza spirituale. Lo trovo liberatorio».
È vero che, quando aveva sei anni, è andato con sua madre a casa di Timothy Leary, il guru della psichedelia e dell’Lsd?
«Sì. Mia madre era una fotoreporter e doveva fargli un ritratto per il Village Voice. La mia sensibilità per certi aspetti visuali delle cose viene da lei, l’ho appresa quasi per osmosi».
È vero che suo padre, una volta, le ha detto che ci vogliono 15 anni per avere improvvisamente successo?
«Sì, ma a me ce ne sono voluti 17 e mezzo!».
E, alla fine, quando è diventato famoso, oltre a poter baciare Halle Berry mentre ritirava l’Oscar, che cosa è cambiato nella sua vita?
«Due cose. La prima: se una parte importante di questo mestiere è osservare costantemente gli altri, ma tutti osservano te, come la mettiamo? La seconda: improvvisamente ti chiedono opinioni su tutto, dalla politica monetaria alla strategia da seguire in Iraq. È assurdo».
Le chiederanno anche che cosa pensa delle vicende giudiziarie di Roman Polanski...
«No comment».
Che cosa le ha insegnato questo regista? In fondo, è anche grazie a lui se ha vinto l’Oscar...
«Non ho mai avuto abbastanza disciplina per suonare seriamente il pianoforte, ma per lui l’ho fatto: ho imparato Chopin a memoria e, credetemi, non è facile. Mi ha chiesto di dimagrire: ho perso quasi 15 chili. Non dici di no a Polanski. Giravamo una scena e mi diceva: “Adrien, ho bisogno che ti arrampichi su quel palazzo, che arrivi sul tetto e poi scappi dalla finestra. Quando ti sparano, ti appendi alla grondaia e poi cadi giù. Così, guarda, ti faccio vedere”. E lo faceva davvero! A 68 anni compiuti si arrampicava, si appendeva alla grondaia, si gettava. Mi ha trattato sempre con grande rispetto, sin dal primo incontro a Parigi, in un caffè».
Delusioni?
«Quando hanno tagliato la mia scena nel film La sottile linea rossa. Non ne sapevo niente, ho visto il film e non c’ero più: ho sofferto molto, avevo 24 anni e mi sono sentito umiliato. Ora, il vantaggio di essere famoso è che ai produttori costerebbe troppo tagliarmi da un film».
Arnold Schwarzenegger il suo “Predators” l’ha visto?
«Non lo so, non gli ho parlato. Però, sono certo che gli piacerà».
13 Luglio 2010 Rachel Clarck, Jacqueline Smith




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