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Anthony Hopkins è burbero, permaloso e attaccabrighe. Sarà per questo che i registi lo vogliono sempre per il ruolo del cattivo? Ma l’attore giura di essere un agnellino: «Almeno finché sono sul set...»

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Per dar volto alla malvagia perversione del serial killer Hannibal Lecter in Il silenzio degli innocenti (per il quale vinse il premio Oscar nel 1992), a Anthony Hopkins è toccato esplorare i più inquietanti anfratti della psiche umana. Al punto di non volerne più sapere di personaggi così tenebrosi. Ecco perché, quando gli è stato proposto il ruolo di un prete gesuita esperto in esorcismi, non voleva accettare. «Ho dato un’occhiata al copione e ho subito pensato che non avevo nessuna voglia di un altro personaggio sinistro e nefasto», racconta l’attore gallese. «È stata mia moglie Stella a farmi notare che nella trama di Il rito non c’erano teste che giravano o disgustose scene di vomito. Rispetto L’esorcista, ma non mi sembrava il caso di scimmiottarlo. In questa storia non ci sono né horror gratuito né scene splatter. Per questo, alla fine, ho detto di sì».
Nel film, diretto da Mikael Hafström, Hopkins interpreta Padre Lucas, un gesuita con opinioni e metodi non proprio ortodossi, burbero e famoso per avere eseguito centinaia di esorcismi. La storia è ambientata a Roma, in Vaticano (le riprese sono state effettuate in Italia e a Budapest), dove viene affiancato da un giovane seminarista in crisi spirituale (Colin O’Donoghue), che non è più sicuro della sua vocazione. Inutile dire che Hopkins, voce melliflua e sguardo da brividi, in questo ruolo dà il meglio di sé.
Quando lo incontriamo, a Los Angeles, non perde tempo in convenevoli. A 73 anni è rimasto il tipo riservato e pragmatico di sempre. «Chiamatemi Tony e basta», taglia corto, mentre confessa di non avere più tanta voglia di lavorare. «Lo faccio, se non altro, per mantenermi sano: meglio girare un film e trascorrere il tempo sui set che girovagare per strada o bazzicare i bar», dice con una strizzatina d’occhio. E detta da uno che ha conosciuto la dipendenza dall’alcol, la precarietà di chi si è dedicato al teatro per anni e che ha trovato la pace interiore solo in età avanzata - e, per giunta, a Hollywood - l’affermazione ha il suo peso. Ma torniamo al film.
Come ha affrontato la questione religiosa posta da “Il rito”, lei che è uno scettico dichiarato?
«Scettico sì, ma non ateo. Credo nell’idea di un’intelligenza superiore, ma non nell’esistenza del diavolo. È solo una metafora del nostro lato oscuro, trasgressivo, autodistruttivo. Sono nato e cresciuto in Galles, in una piccola città popolata dalla classe operaia. Mio padre era un fornaio, e lui sì che era dichiaratamente ateo. Leggeva George Bernard Shaw, credeva nel marxismo e per lui la religione era un’idiozia. Io sono venuto su così, con un padre cinico ma di buon cuore, che credeva fermamente nella selezione darwiniana».
Ci crede anche lei?
«Sì e no. La verità è sempre più complessa e sfaccettata. Da ragazzino ero goffo, dislessico e i compagni di scuola mi prendevano in giro. La rabbia che provavo è stata lo stimolo per fare qualcosa di speciale nella vita. E sono diventato attore un po’ per rivincita».
È vero che “Il rito” è tratto da fatti realmente accaduti? «In realtà è tratto da un libro (Il rito. Storia vera di un esorcismo oggi, Sperling&Kupfer, ndr), scritto da Matt Baglio, un giornalista incuriosito dall’idea che ancora oggi il Vaticano sia alla ricerca di nuovi esorcisti per le sue diocesi».
Come si è preparato per il ruolo di Padre Lucas?
«Ho consultato il reverendo Gary Thomas, un esorcista che crede nell’incarnazione del diavolo in forme antropomorfiche. E poi ho effettuato una serie di ricerche per approfondire le mie basi teologiche sull’argomento».
E che cosa ha scoperto?
«A dire la verità, ora sono ancora più confuso e incerto riguardo alla natura del bene e del male. Penso che credere in qualsiasi cosa in maniera totalizzante sia uno degli errori peggiori dell’umanità. Il fanatismo ci ha portato Hitler, Stalin, Mao, l’orrore. Forse il diavolo è proprio lì, nel fondamentalismo estremo che vanta il copyright sulla verità».
Le è piaciuto girare a Roma?
«Il cinema è davvero una pacchia. Mi sono goduto Roma di notte, facevo lunghe passeggiate da solo, in centro. Dopotutto sono un viandante per natura. Quando ho un po’ di tempo libero, vado a camminare. Quando non lavoro prendo l’auto e, da Los Angeles, guido per le strade più sperdute d’America fino a quando, stufo, me ne torno indietro. Felice e rilassato».
Che cosa ricorda degli anni vissuti nei teatri londinesi?
«Mi hanno formato come attore, ma incasinato come uomo. La Royal academy of dramatic art e il National theatre, a cui mi sono unito nel 1965 sotto la direzione di Laurence Olivier, erano pieni di geni: Maggie Smith, Derek Jacobi, Richard Burton. Per non parlare di quei registi esigenti e snob che mi mettevano in soggezione e non mi facevano mai sentire all’altezza. Ho accumulato rabbia per anni».
Quindi per lei il cinema è stato un toccasana. Come ci è arrivato?
«Venni scritturato per un film americano, Il leone d’inverno, raccomandato da Peter O’Toole. Facevo Riccardo Cuor di Leone, Katharine Hepburn era Eleonora d’Aquitania. Un giorno, sul set, la Hepburn mi guardò negli occhi e mi disse: “Mr. Hopkins, posso darle un consiglio? La smetta di recitare troppo. Si limiti a pronunciare le battute. Ha una bella presenza, una bella voce, una bella testa, si fidi del suo istinto. Osservi Spencer Tracy o Humphrey Bogart: sono spontanei e, per questo, anche i più bravi”. È stato il consiglio migliore che abbia mai ricevuto».
Che cosa fa quando non lavora?
«Me ne sto a casa, davanti all’oceano Pacifico, ascolto musica country e classica, Erik Satie o Claude Debussy. Suono io stesso il piano, mie composizioni. Dipingo, leggo. Contemplo».
Lei non ha mai fatto mistero dei suoi trascorsi con l’alcol. Come ha fatto a smettere?
«Ero sempre incazzato, volevo farmi del male, ficcarmi nei casini. Ma poi qualcosa dentro di me mi ha detto di smettere, che bastava così. E che era ora di vivere la mia vita e godermela davvero».
Come attore è sempre impegnato...
«Sì, ho da poco finito le riprese di Thor, in cui recito niente meno che il dio Odino. E dovrei lavorare con Fernando Meirelles in 360, un dramma coniugale. La recitazione mi stimola, mi tiene teso come una corda di arpa birmana. Sono fortunato che ancora mi offrano ruoli. Almeno così mi tengo lontano dai pasticci».
23 Marzo 2011 Carlo Bizio, Giuliana Cillario




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