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Per copione è già stato Bob dylan e il chitarrista degli Stones. Ora Ben Whishaw interpreta John Keats. Troppo romantico per lui? «Macché, nell’Inghilterra vittoriana è stato il simbolo della gioventù ribelle»

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Se c’è un ruolo per un personaggio contorto, vulnerabile e tormentato, chiamate Ben Whishaw. Il suo deve essere un destino. Nei panni di Amleto, il principe nevrotico per eccellenza, qualche anno fa si è materializzato dal nulla, nel tempio shakespeariano dell’Old Vic, a Londra, e ha ottenuto applausi rapiti dal pubblico e recensioni positive dai critici. Da lì in poi ha prestato il volto a personaggi a dir poco intensi: è stato l’alter ego “maledetto” di Bob Dylan (nel film Io non sono qui), il trasgressivo chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards (in Stoned) e l’assassino in cerca dell’essenza perfetta nato dalla penna di Patrick Süskind (in Profumo). Nel carnet di Whishaw, insomma, mancava giusto un poeta fragile e passionale, malato di tubercolosi e morto a 25 anni in terra straniera (nello specifico, a Roma)... Ma ci ha pensato la regista Jane Campion a dargli la parte di John Keats nel film Bright Star, nelle sale dall’11 giugno. Whishaw, così, ha potuto dare il meglio di sé nelle scene in cui magnetizza il pubblico con la sola forza della sua presenza, magari guardando a lungo fuori da una finestra, inseguendo chissà quale ispirazione. O pervaso da chissà quale fremito amoroso per la sua Fanny Brawne, la vicina di casa londinese, interpretata da Abbie Cornish, lasciata a causa del suo precario stato di salute. Per l’intervista Ben Whishaw si presenta vestito di nero, capelli lunghi arruffati, barba di qualche giorno. Non un musicista grunge, ma poco ci manca. Parla piano muovendo appena le labbra e abbassando spesso lo sguardo. Da perfetto inglese, si scalda un po’ solo quando arriva il cameriere a servire il tè.
Che idea si è fatto di John Keats?
«Era l’equivalente ottocentesco di una rockstar. Non solo per la sua fama, ma per ciò che rappresentava: l’energia della gioventù e una forte carica anti-sistema».
È un’immagine molto diversa da quella del poeta delicato e romantico che emerge dai suoi versi...
«No, Keats non era svenevole, aveva una personalità complessa: a volte era quasi angelico, altre era sanguigno, pieno di voglia di divertirsi con gli amici».
La regista Jane Campion ha detto che il rapporto tra Keats, Fanny Brawne e l’amico Charles Brown era un vero e proprio triangolo amoroso, non consumato. Si è fatto anche lei quest’idea?
«Non so, di supposizioni ce ne sono tante. C’è anche una tesi, in cui non credo, secondo cui, nell’amicizia tra Keats e Brown (che lo ospitò a Londra, ndr), ci fu un legame platonico di tipo omosessuale».
Però sembra sia innegabile che entrambi fossero molto gelosi di Fanny.
«Secondo me, si trattava di un legame d’amicizia molto forte. Tra amici capita di diventare anche un po’ protettivi, quando uno dei due si lega a una persona. E, comunque, non dimentichiamo che si parla di uomini dalla sensibilità molto sviluppata».
Si è fatto un’idea del perché Keats abbia bruciato le lettere di Fanny?
«No, non faccio che domandarmelo. So che, ogni tanto, aveva la tendenza a bruciare oggetti e poesie che, a un certo punto, sentiva estranei. Penso che, nel caso della corrispondenza con Fanny, gli risultasse troppo doloroso sapere che stava per morire, a 25 anni, senza la possibilità di rivedere la donna amata. Smise addirittura di scriverle e persino di aprire le lettere che riceveva da lei. Anzi, credo che le ultime lettere di Fanny siano state addirittura sepolte con lui, ancora sigillate».
Come ha studiato i modi dell’epoca?
«È bastato indossare quegli abiti e, di colpo, abbiamo iniziato a comportarci da persone dell’Ottocento. Jane ci ha spinto a seguire l’etichetta vittoriana».
Come?
«Allora non ci si poteva esprimere liberamente come oggi. Ricordo una scena in cui Abbie e io eravamo seduti a parlare in modo molto intimo, in una stanza con altre persone e, distrattamente, le ho messo una mano sul ginocchio. Jane ha fermato la scena: all’epoca un gesto del genere era inconcepibile. Almeno in pubblico».
Com’è lavorare con una regista come la Campion?
«Jane ti guarda dritto dentro e capisce cose di te che tu stesso non hai mai considerato. A volte mi sentivo come sotto un incantesimo. Ha il dono di capire se qualcosa non funziona: usa molto il silenzio e riesce a eliminare i fattori che ti impediscono di dare il meglio».
Lei si è fatto la fama di uno che resta nel personaggio finché le riprese non sono terminate. Si sentiva Keats anche durante i momenti di pausa?
«Ogni volta sono quasi ossessionato dal ruolo che mi attende: provo persino a respirare come se fossi un altro. È curioso perché è stato proprio Keats a dire per primo che la grandezza di Shakespeare era quella di eliminare se stesso mentre dava vita ai personaggi: è proprio quel che provo a fare come attore».
Si ricorda il primo momento in cui ha desiderato fare questo mestiere?
«Tempo fa sfogliavo l’abum di famiglia con mia madre e abbiamo notato che ero in maschera praticamente in ogni foto dai due anni in poi. E pensare che in famiglia non ci sono artisti. Mio fratello gemello, per esempio, è completamente diverso da me».
Si sarà dato una spiegazione...
«Inconsciamente, ho sempre voluto essere qualcun altro. I personaggi che interpreto mi meravigliano. Mi innamoro di loro. Al punto da voler diventare una persona migliore e più interessante di quella che sono in realtà».
08 Giugno 2010 Andrea Cangioli




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