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  • Bruce Willis: «Indovina un po'? Anche questa volta mi tocca salvare il mondo»

    A ciascuno il suo destino. Quello di Bruce Willis è sconfiggere i cattivi nell’ennesimo film d’azione. Anche a 55 anni. «Sì, lo so, comincio a essere vecchio per questi ruoli. Dovrei passare il testimone ai più giovani». Stai scherzando, vero Bruce?

  • Bruce Willis: «Indovina un po'? Anche questa volta mi tocca salvare il mondo»Bruce Willis: «Indovina un po'? Anche questa volta mi tocca salvare il mondo» Bruce Willis: «Indovina un po'? Anche questa volta mi tocca salvare il mondo»
  • È la solita storia: quando il gioco si fa duro, Bruce Willis comincia a giocare. Lo fa da più di 20 anni, dai tempi del primo Die hard, e non ha più smesso. E meno male. Perché nonostante l’età (55 anni a marzo), nonostante una certa ripetitività (ammettiamolo, alla prima scena sai già come andrà a finire), nessuno meglio di lui riesce a interpretare il poliziotto un po’ sbandato e maledetto, ma capace di affrontare (e vincere) da solo un esercito al completo. Insomma, di Bruce non ci stufiamo mai. E non ci stuferemo neanche nel suo nuovo film d’azione, Il mondo dei replicanti, tratto dal fumetto The surrogates di Robert Venditti e Brett Weldele. Un thriller ambientato in un futuro in cui gli esseri umani vivono in condizione di totale isolamento, lasciando che tutte le interazioni sociali siano compiute da cloni: copie robot che migliorano l’aspetto e il carattere di ogni individuo. Quando, però, alcuni cloni vengono eliminati misteriosamente, un agente di polizia - eccolo, è il nostro Bruce! - sarà costretto a rompere il suo isolamento per indagare in prima persona e scoprire il colpevole (a proposito: se non ne avete ancora abbastanza, l’attore tornerà a essere un poliziotto anche in Cop out, diretto da Kevin Smith, che arriverà sugli schermi italiani in aprile. E sarà compagno di scazzottate di Sylvester Stallone, Mickey Rourke e niente meno che Arnold Schwarzenegger in The Expendables).
    Non solo la carriera: anche la vita privata dell’attore va a gonfie vele. La primavera scorsa, infatti, ha sposato la modella Emma Heming - 24 anni meno di lui, una delle testimonial della famosa marca di lingerie Victoria’s secret - con una romantica cerimonia nelle isole caraibiche Turks e Caicos. Presenti alle nozze, le tre figlie e l’ex moglie Demi Moore con il marito Ashton Kutcher. Perché si sa: i Willis sono una grande famiglia.
    Ma torniamo al film: in forma più che mai, Bruce mi accoglie con un grande sorriso, una calda stretta di mano e tanta voglia di raccontarsi. Cominciamo...
    Nel film ha un clone con i capelli biondi e un viso senza rughe. Dica la verità: è così che sogna di essere?
    «Mi sta prendendo in giro, vero? Ho trovato il mio look nel film decisamente imbarazzante. Fosse stato per me, non avrei mai scelto di indossare una parrucca bionda: è tutta colpa di Jonathan Mostow, il regista. Quando ho visto il mio viso dopo il lifting digitale, ho pensato che assomigliavo a un robot: forse è proprio quello che desiderava ottenere».
    L’aspetto dei personaggi si collega a un tema chiave della pellicola: il culto della bellezza. È una vera e propria metafora di Hollywood. Anche lei, come molti attori, ne è ossessionato?
    «Per niente, amo il mio aspetto e mi piaccio come sono. In particolare, adoro le mie rughe. Ero sconvolto quando ho visto nel film il mio volto completamente liscio: non penso di avere mai avuto una pelle simile neppure da bambino. Così come non ho mai avuto tanti capelli, meno che mai biondi... Ma Hollywood è davvero il centro di tutta questa tecnologia cosmetica: arriva gente da ogni parte dell’America e, penso, del mondo intero, per sottoporsi a interventi di lifting e altro. Perché le persone non si accettano per come sono? Si tratta di un business enorme, la gente spende tantissimo. Ma io vi faccio una promessa: mi terrò la mia faccia e non mi sottoporrò mai ad alcun intervento estetico».
    Qual è la sua scena preferita del film?
    «Mi piace la sequenza in cui vengo investito da un camion. Adoro questo genere di azioni, sono proprio un bambinone! Però, purtroppo, di scene di sesso neppure l’ombra: non c’è alcun tipo di rapporto erotico tra i replicanti. Non vi sarebbe piaciuto farvi un’idea di come funzionano certe cose tra i cloni? Bene, protestate con la produzione!».
    Molto spesso, quando si adatta un fumetto per il cinema, ci sono elementi difficili da rendere. È successo anche a “Il mondo dei replicanti”?
    «Sì, temo che sia inevitabile. Penso che avremmo potuto esplorare maggiormente alcuni aspetti che non è stato possibile approfondire, dovendo comprimere la storia per trasformarla in un film della durata di un’ora e mezzo. Fosse stato per me, poi, avrei anche aggiunto una scena fine a se stessa di lotta tra due gladiatori replicanti, in cui si fanno a pezzi, si vedono braccia volare e poi si buttano nella mischia altri gladiatori. Un pizzico di pulp non guasta mai...».
    Il film è ambientato in un futuro ipertecnologico. Che rapporto ha con la tecnologia?
    «So come funziona un computer e sono capace di usarlo. Possiedo un cellulare. Tutto qui. No, non sono proprio un fanatico della tecnologia».
    Non solo pugni e salti nel vuoto: “Il mondo dei replicanti” esplora anche il lato più fragile del suo personaggio...
    «Sì, ed è un aspetto che mi piace molto. Non penso che avrei accettato questa storia se non avesse avuto al centro un uomo con un dramma familiare alle spalle. Se si fosse trattato solo di fantascienza e tecnologia digitale, non mi avrebbe interessato così tanto. È stato stimolante esplorare la personalità di un personaggio che cerca di superare i propri limiti».
    Nel film i cloni hanno reso il mondo sempre meno umano. Pensa che ci stiamo già muovendo verso questa direzione?
    «No, non direi. Le potenzialità di questo tipo di tecnologia sono abbastanza evidenti. Sono stati clonati degli animali: pensate forse che non abbiano già provato a fare questi esperimenti con gli uomini? Ma non credo che i replicanti, un giorno, sostituiranno l’umanità. No, sono certo che il nostro futuro non sarà così».
    E che cosa pensa della clonazione?
    «Nonostante i rischi, l’idea mi piace. Sarebbe bello, per esempio, a 95 anni poter trasferire nel corpo di un 25enne tutte le nozioni che ho nel cervello, vivere altri 100 anni e utilizzare tutte le informazioni di cui sono in possesso per giocare con i miei trisnipoti. Sì, sarebbe davvero meraviglioso!».
    Visto che le piace tanto l’idea, che tipo di clone vorrebbe avere e quali attività le piacerebbe svolgere?
    «Vorrei essere più forte. Mi piacerebbe essere in grado di sollevare un’auto e lanciarla da qualche parte. Gliel’ho detto: sono un uomo d’azione».
    E invece, con la sua esperienza, che cosa potrebbe insegnare al suo giovane clone?
    «A vivere, una cosa che ho imparato soltanto con gli anni. Quando ero giovane, dopo aver raccolto i primi successi come attore, non sapevo come comportarmi, non capivo che cosa fosse l’umiltà. Lo ammetto: ero un idiota, anzi, un vero stronzo. Per fortuna oggi sono un uomo molto diverso: mi prendo meno sul serio, cerco di comportarmi correttamente, di fare la cosa giusta. E mi sforzo il più possibile di essere un esempio per le mie figlie e per me stesso, cercando di dare sempre il massimo».
    Dopo una carriera così lunga, che cosa le resta ancora da imparare sul set?
    «Moltissime cose: all’improvviso mi sono svegliato e mi sono reso conto di non essere il grande attore che credevo. Ho anche capito che stavo cercando di intraprendere nuove strade, rinnegando tutto quello che avevo fatto in precedenza, e che questo non andava bene per me. In fondo, che male c’è se mi piacciono sempre certi personaggi, ossia quegli uomini che lottano per superare i propri limiti? Tante volte mi viene chiesto perché vesto spesso i panni di un poliziotto: la risposta è che penso che siano loro i veri eroi del mondo. Ritengo che chiunque svolga un lavoro in cui rischia la vita sia da ammirare, così come quelli che prestano servizio al pronto soccorso o a bordo di un’ambulanza. Se potessi, reciterei sempre in ruoli simili, non ho più i complessi di un tempo».
    Dunque non si è ancora stancato di salvare il mondo...
    «No, anche se questa è la decima volta che lo faccio. Però, forse ha ragione: comincio a essere vecchio per questi ruoli e credo proprio che sia giunto il momento di passare il testimone ai più giovani. Ma mi creda, non ho iniziato questo lavoro pensando che fare l’eroe sarebbe stato il mio destino: è capitato e basta».
    Secondo lei, in quale film ha dimostrato meglio le sue doti di combattente?
    «Sono indeciso tra Il quinto elemento di Luc Besson e Il mondo dei replicanti. Se proprio devo scegliere... alla fine dico quest’ultimo. Quello che mi piace di più è che la pellicola non termina con il classico happy end. Non voglio rovinarvi la sorpresa, ma non aspettatevi un finale rose e fiori, in cui hai fatto fuori i nemici e credi di aver sistemato tutto. Al termine del film, infatti, viene da pensare: “Bene, e ora che cosa succederà?”. Suona come un invito per me a ributtarmi nella mischia...».

    11 Gennaio 2010 Catherine Treethorn

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