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Una nomination all’Oscar, il successo, le copertine delle riviste di moda. Ma se pensate che Carey Mulligan si sia montata la testa, sbagliate. «Continuo a fare provini e vengo scartata», confessa. E quando le propongono un copione, segue una sua particolare regola...

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Ha ricevuto una nomination all’Oscar (per An education), è adorata da Hollywood ed è considerata un modello di stile. Eppure, il fatto di essere stata respinta dai produttori di Glee perché “non abbastanza famosa” non sembra turbarla più di tanto. Carey Mulligan, l’attrice inglese più “hot” del momento, è una ragazza con i piedi ben piantati in terra. Adora il suo lavoro, ma detesta lo star system. Non parla della fine della sua relazione con Shia LaBeouf, incontrato sul set di Wall Street: il denaro non dorme mai, perché tiene alla sua privacy. Voce più profonda di quello che ti aspetti e un’aria da adolescente che la fa sembrare molto più giovane dei suoi 25 anni, Carey Mulligan ci dà appuntamento a Londra, dove ha presentato Non lasciarmi (nelle sale dal 25 marzo), l’adattamento del romanzo di Kazuo Ishiguro (edito da Einaudi), di cui è protagonista accanto a Keira Knightley e Andrew Garfield. Una storia di fantascienza e clonazione, in cui tre ragazzi fanno i conti con sentimenti di amicizia, amore, gelosia, tradimento e morte.
Conosceva il libro di Ishiguro?
«L’ho amato molto, ancora prima che mi venisse proposto il film».
Per il pubblico è una pellicola di forte impatto emotivo. Lo è stato anche per gli attori?
«Non particolarmente, perché, in un certo senso, restavamo esterni alla storia. La difficoltà, semmai, è stata quella di cercare di non puntare troppo sulle emozioni».
I tre protagonisti non mettono mai in dubbio il proprio destino. Non lo trova strano?
«Non lasciarmi non è un libro di ribellione, al contrario, parla di chi accetta le circostanze che la vita gli pone davanti. Una condizione, tutto sommato, molto frequente perché le persone sono istintivamente più portate a sopportare che a lottare».
Amore e morte sono i due grandi temi del film. Ma lo è anche la scienza. E i suoi effetti perversi...
«In realtà, non abbiamo mai affrontato l’argomento clonazione, né parlato di cellule staminali. Discutendone con Ishiguro sapevamo che la storia ruotava intorno alla morte, alla sua inevitabilità. Tutti sappiamo che, prima o poi, la nostra vita finirà. La consapevolezza di questo, però, non significa che tutte le nostre decisioni debbano essere straordinarie o che ogni giorno debba diventare speciale. Ma quando sei certo che il tempo a tua disposizione è limitato, le cose cambiano. E vuoi che le persone che ami ne siano al corrente».
È stato difficile entrare nei panni di un clone?
«No, nel senso che Kathy, il mio personaggio, non si considera tale: sembra un vero essere umano. Ma è orfana, non ha mai conosciuto i suoi genitori e non ha mai avuto una famiglia. Interpretarla ha significato cercare di capirne la solitudine».
E uscirne?
«Non sono un’attrice che si porta a casa il lavoro. Finita la mia giornata, salgo in macchina, e mi lascio tutto alle spalle. Ma non è sempre stato così. Ho dovuto impararlo».
Quando è avvenuto il cambiamento?
«Quattro anni fa, durante le repliche di Il gabbiano, di Cechov. Io ero Nina, aspirante attrice innamorata dello scrittore, che va a Mosca, ha un figlio e lo perde. Per me, che vengo da una normale famiglia borghese, che non ho mai perso nessuno o subito traumi, interpretare Nina ha significato diventare una persona completamente diversa. Ogni giorno, sul palcoscenico, ne indossavo i panni, ma quando il sipario calava, li toglievo. Non potevo portare Nina con me perché non avevo avuto le sue stesse esperienze. È successo così anche per An education, Wall Street e Non lasciarmi».
Quindi, nessuna somiglianza con Kathy?
«Se io fossi davvero come lei, non farei altro che litigare con Ruth (Keira Knightley, ndr) e probabilmente arriverei anche a schiaffeggiarla: impossibile!» (ride).
Come è stato tornare a lavorare con la sua amica Keira Knightley?
«Magnifico. Dalla fine delle riprese di Orgoglio e pregiudizio stavamo cercando un altro film che ci permettesse di essere di nuovo sorelle. E in questo, in un certo senso, lo siamo».
Spesso, nel mondo dello show business, l’amicizia è impossibile o, almeno, difficile. Il vostro rapporto, però, sembra smentirlo...
«Ciò che rende difficile un’amicizia è la distanza, non la professione che si svolge».
A proposito, Kathy accetta la cattiveria di Ruth senza ribellarsi. Non lo trova strano?
«Ruth e Tommy (Andrew Garfield, vedi pag. 62, ndr) sono le uniche persone che ha vicine, sono la sua famiglia. E lei, nonostante la rendano infelice, preferisce averli accanto, piuttosto che rimanere sola».
Si è mai sentita un’outsider?
«Non sono mai stata la ragazza più popolare della scuola, ma non mi sono nemmeno sentita lasciata in disparte. Ero più o meno nella media. E ne ero felice».
È severa con se stessa?
«Sono sempre molto critica. Mi rivedo e penso cose terribili».
Si aspettava l’enorme successo di “An education”, la nomination all’Oscar e l’ascesa all’olimpo hollywoodiano?
«Nessuno di noi se lo aspettava!», (ride). «Dopo aver girato il film eravamo convinti che venisse proiettato in qualche cinema d’essai per poi finire in dvd. La nomination poi… Per cinque anni avevo accettato parti secondarie in serie televisive o in teatro. An education era il mio primo ruolo da protagonista, grazie al quale mi sono stati poi offerti Brothers, Non lasciarmi e Wall Street: il denaro non dorme mai. Il successo sembra travolgente, ma non significa che mi si siano improvvisamente aperte tutte le porte. Continuo a prendere parte ai provini, a non essere considerata per certi ruoli (vedi il cameo in Glee, ndr) o a vedermi preferire un’altra attrice nonostante pensi di essere perfetta per la parte. In un certo senso, quindi, nella mia vita è tutto come prima, solo a un livello più alto».
E sul piano personale?
«Non mi sento per nulla famosa. Tranne quando mi metto i tacchi alti, che normalmente non indosso, e vengo truccata e pettinata. Tra l’altro, dopo la fine di Wall Street, mi sono presa quasi un anno di pausa in cui, a parte la promozione del film, non ho fatto quasi nulla. Durante quei mesi, nessuno mi ha fotografato o fermato mentre facevo la spesa al supermercato. Ammettiamolo: sono famosa, ma non sono certo al livello di una diva hollywoodiana».
Però appare sulle copertine di prestigiose riviste di moda, è considerata un’icona...
«E mi diverto molto. Non sono una vera fashionista, ma adoro la creatività che si cela dietro a un abito. Fare da modella mi offre l’opportunità di toccare con mano quest’arte».
Come definirebbe il suo stile? Che cosa ama indossare?
«Mi piace quasi tutto purché non sia vistoso. I capi che prediligo devono essere al ginocchio, non aderenti e non scollati».
Come mai ha preso un anno di pausa nel momento di maggior successo?
«Ho seguito il consiglio del mio agente che mi ha detto: “Accetta solo parti che non sopporteresti di vedere interpretate da un’altra”».
E come ha trascorso questo periodo sabbatico? Ha dormito fino a tardi, viaggiato, fatto feste con gli amici?
«In realtà mi alzo sempre molto presto perché, quando sono sveglia, non mi piace rimanere a letto. Sono stata a New York, a Londra, ho visto qualche spettacolo teatrale, ho iniziato a imparare il francese, ma dopo tre lezioni ero già stufa... Insomma, ho fatto un po’ di tutto».
Che cosa c’è nel suo iPod?
«Musica al femminile. Laura Marling, Emmy The Great, Belle and Sebastian. Mi piace il folk, in particolare quello irlandese e tutti i brani che raccontano storie».
Si dice che, tra i suoi progetti futuri, ci sia “My Fair Lady”...
«Non è ancora confermato. Ma confesso che farei di tutto per fare parte del cast!».
Legge gli articoli che la riguardano?
«Solitamente no. L’ho fatto subito dopo An education, ma il risultato è stato sentirmi molto confusa. Così ho smesso. Soprattutto, non leggo le recensioni, così non mi faccio condizionare».
Che cosa la influenza, allora, nella scelta di un film?
«Il personaggio, la sua forza. E il fatto che la sola idea di interpretarlo mi renda nervosa».
Nel suo futuro c’è ancora posto per il teatro?
«Assolutamente sì. È l’amore per il palcoscenico che mi ha spinto a diventare attrice. E spero di tornarci il prima possibile. Del teatro mi piace il fatto che puoi recitare per tre ore senza che nessuno urli “cut” o ti aggiusti i capelli. Amo essere diversa ogni sera e, soprattutto, che, al contrario di quello che succede sul set, puoi completamente estraniarti dal mondo esterno».
Si considera una persona romantica?
«Pratica e romantica allo stesso tempo. Adoro le storie d’amore e mi piace interpretarle, ma detesto le strategie amorose. Le ho sempre odiate. A scuola esisteva questa regola: se lui ti manda un sms devi aspettare tre giorni prima di rispondergli. Perché? Mi sono sempre chiesta. Non è meglio sapere subito come andrà a finire?».
23 Marzo 2011 Silvia Mapelli




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