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Deluse? No, non è il caso. scommettiamo che Clive Owen nel ruolo del padre vedovo, alle prese con due ragazzi, vi conquisterà più del sex symbol che “strapazza” Julia Roberts & co? Un consiglio: preparate i fazzoletti...

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l suo marchio di fabbrica è quello che in inglese si chiama “effortless intensity”. Carisma naturale, sexytudine che pare buttata lì per caso, modi anti-celebrity, tipici di certi attori british. Parla del suo lavoro come uno che si porta la schiscetta in officina, traffica con viti e bulloni e poi va a casa a bere birra e guardare la partita. In realtà ha vinto un Golden globe, è stato nominato all’Oscar (per Closer), addirittura si è chiacchierato a lungo di lui come del possibile neo James Bond (poi il ruolo è andato a Daniel Craig) ed è uno dei maschi più testosteronici su piazza. Alle donne Clive Owen piace perché è fatto così, agli uomini pure. «Magari sono famoso, ma mi vedo sempre con gli stessi amici, vado negli stessi negozi, la gente sorride, io sorrido... è una bella vita!». Per la verità oggi a Londra abita a Highgate vicino a Sting e una dei suoi amici è Julia Roberts, ma viene da una famiglia working class di Coventry, cittadina di minatori nelle Midlands, ed è affezionato alla sua storia: «Stavamo in una casa popolare, eravamo cinque fratelli, mio padre faceva il cantante country ed è andato via quando avevo tre anni». Insomma, è uno per cui non è stato tutto facile e ci ha messo parecchio a sfondare, mica come Ralph Fiennes, che andava alla sua stessa scuola di recitazione ed è diventato famoso dieci anni prima di lui. C’è voluto un thriller low budget (Il colpo - Analisi di una rapina) nel ’98 per mostrare al mondo com’era Clive in smoking e far girare le cose. Ovvero farlo lavorare con Robert Altman (Gosford Park), Alfonso Cuarón (I figli degli uomini) e Spike Lee (Inside man). Ma, quando lo intervisti, a lui piace parlare più delle sue bambine - Hannah, 10 anni, e Eve, 8 - che dei suoi successi. Un po’ perché «al primo posto metto la famiglia». Un po’ perché nel suo nuovo film Ragazzi miei, girato in Australia (la regia è di Scott Hicks, quello di Shine), è un giornalista sportivo a cui muore la seconda moglie e dovrà crescere da solo un bambino di sei anni e un altro figlio adolescente, nato dal suo primo matrimonio. La storia, basata sul romanzo autobiografico di Simon Carr, giornalista dell’Independent, è un family drama ad alto rischio di sentimentalismo, molto diverso dai film che Owen ha girato finora. Ma l’attore dice che ci sono dentro un sacco di cose che gli assomigliano.
Joe Warr, il padre che interpreta in “Ragazzi miei”, con i figli ha una teoria estrema: “Just saying yes”, digli sempre di sì. Anche lei è un padre così?
«Diciamo che in quella scena in cui guido una jeep sulla spiaggia e mio figlio sta sul tetto, esagero. Però, a volte, noi siamo troppo veloci nel dire no, non siamo aperti, disponibili, magari per paura. Il fatto è che con i figli esiste un elenco di ciò che è giusto o sbagliato, devi fidarti del tuo istinto. I padri, comunque, sono più permissivi: una madre certe cose non le farebbe mai».
Insomma, ora si descrive come uno tutto casa e figli. Ma noi la vedevamo come un action hero, magari un po’ stropicciato, o come un sexissimo bastardo, quello che insultava Julia Roberts nella famosa scena di “Closer”...
«Julia si è arrabbiata molto quella volta. Finite le riprese mi ha detto: “Tutto quello di cui avete bisogno è un film in cui tu mi maltratti dall’inizio alla fine, così la gente si divertirà un sacco”».
Però siete grandi amici e, quando poi l’ha chiamata per “Duplicity”, è venuta subito.
«Sì, stava in campagna con i suoi due gemelli, è arrivata a pranzo, mi è stata a sentire, poi mi ha detto che era di nuovo incinta. Ma un anno dopo si è rifatta viva: “Okay, ci sono”. Duplicity è una commedia un po’ alla Hepburn-Tracy, per Julia era perfetta».
Sempre la Roberts dice di lei: “La felicità e la sicurezza che Clive ha nella sua vita privata gli consentono di entrare in una stanza e attirare l’attenzione di chiunque”. È così?
«Non mi lamento».
Però sul fatto che è considerato un sex symbol prima ha glissato.
«Non ci penso e non mi considero tale. Certo, esistono definizioni ben peggiori... Comunque è bello quando le donne ti sorridono per strada».
Sua moglie, Sarah-Jane Fenton, che tipo è?
«L’ho conosciuta a teatro, recitavamo insieme in Romeo e Giulietta. Era una splendida attrice, poi ha deciso di smettere. Non si fa minimamente impressionare dai miei film e dalla mia carriera. Le ho regalato un camper e va in giro a divertirsi con le bambine».
Siete sposati da 15 anni. Come si fa a far durare un matrimonio?
«Dando valore alle cose che contano. Nel matrimonio ho sempre investito molte energie: se sono via da casa per lavoro, sto attento a organizzare le cose in modo da restituire alla famiglia tutto il tempo che mi sono preso. Magari anche con un anno sabbatico».
È vero che da ragazzo si vestiva come David Bowie?
«Era un’ossessione, mi tingevo i capelli di tutti i colori».
Com’è stato crescere a Coventry, nelle Midlands?
«Non era un posto che ti ispirava grande fiducia nel futuro. Però io sognavo. Quando me ne sono andato di casa, ho vissuto per due anni col sussidio di disoccupazione: il lavoro non c’era. Anni passati a voler fare l’attore, senza nessuno che mi prendesse sul serio. Cominciavo a pensare che avessero ragione loro, ma è stato comunque il periodo più formativo della mia vita».
Suo padre se ne è andato quando lei aveva tre anni. In “Ragazzi miei” ha messo anche questo?
«Sì, specie quando nel film il figlio più grande - quello che Joe ha avuto dal primo matrimonio - gli spiega il peso di quell’abbandono, e ora che è quasi un uomo vuole capire perché il padre non c’era. Ho lavorato tanto con lo sceneggiatore per cercare di evitare ogni forma di sentimentalismo: non lo sopporto».
Potrebbe scrivere un film suo?
«Non ne sono capace. Però, se in un copione c’è qualcosa di sbagliato, lo annuso immediatamente. E anche il pubblico è così: fallo pure piangere, ma guai a prenderlo in giro».
Piange spesso al cinema?
«Piango il giusto, specie quando c’è qualcosa di triste che riguarda i bambini. L’ho fatto ogni volta che rileggevo la scena in cui Joe decide di dire al figlio che la mamma non ci sarà ancora per molto. E il bambino: “Ma questa sera a cena ci sarà?”. Chi ha perso un parente, o ha avuto genitori che hanno divorziato, o si è dovuto separare dai figli e sa di che cosa stiamo parlando, prepari il fazzoletto».
Quanto si vantano le sue figlie di avere un papà star?
«Neanche un po’. Mi fanno rigare diritto».
E con Nicholas McAnulty, il ragazzino australiano che è suo figlio nel film, come è andata?
«A quell’età non si recita, è tutto immediato, istintivo. Potevo arrivare sul set con qualsiasi idea su come fare una scena, ma dipendeva da Nicholas, che era imprevedibile. E pensare che io sono uno che si rilegge lo script mille volte, perché ho bisogno di sentirmi preparato...».
Improvvisare non le piace?
«No. Per me recitare è una questione di concentrazione, perché sul set passi il giorno a chiacchierare, poi arriva il tuo momento, che è come una piccola finestra: si apre e tu devi dire le tue battute, in quell’istante lì devi esserci al cento per cento. Poi, tac, è tutto finito».
Ma questo suo essere così normale, l’opposto di un tipo da red carpet, fa parte del suo personaggio? Insomma, lei ci è o ci fa?
«Tutte le star di Hollywood, anche le più grandi, possono andare al bar, sedersi e bere un caffè in santa pace. Puoi farti notare o no, dipende da che gioco vuoi giocare. Credetemi, si può fare».
È vero che non si perde mai una partita del Liverpool?
«Mai! Ho un assistente favoloso che mi segnala sempre tutte le date delle partite e mi consiglia quando e come posso vederle se sono via. Mal che vada, entro in un bar e le guardo lì, come ho fatto qualche tempo fa a New York quando giocavamo contro il Leeds. Ecco - vede? - in quei momenti nessuno si accorge di te».
25 Giugno 2010 Veronica Parker, Jacqueline Smith




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