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Traduzione: niente palestra, i muscoli (e che muscoli!) sono merito dei suoi gemellini, dietro ai quali corre tutto il giorno. Dennis Quaid è più in forma che mai e gira un film dopo l’altro. Gli resta solo un sogno: «Che cosa aspettano i fratelli Coen a chiamarmi?»

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È uno di quelli che sanno (ancora) di cinema. Ha la faccia da ragazzo invecchiato, un veterano della migliore Hollywood fine Anni 70-inizio 80. E adesso di lui circolano fotografie in spiaggia, tavola da surf sotto il braccio, con addominali davvero notevoli per un 56enne che c’ha dato dentro con tutto, film, alcol, cocaina. Potrà anche essere autopromozione, visto che uno dei suoi prossimi film si intitola proprio Soul surfer, è tratto da una storia vera e lui farà il padre di Bethany Hamilton, la surfista americana che nel 2003 ci rimise un braccio, e per fortuna solo quello, nell’incontro con uno squalo alle Hawaii. Però quelle foto di Dennis Quaid non sembrano photoshoppate e quindi complimenti vivissimi. Per tutto.
Texano di Houston, figlio di un elettricista, Dennis non ha mai finito il college per mettersi a fare l’attore (come il fratello maggiore Randy). Si è sposato già tre volte: con le attrici P.J. Soles e Meg Ryan, con cui ha avuto un figlio che oggi ha 18 anni, e con Kimberly Buffington, immobiliarista di Austin, da cui ha avuto due gemelli. Ma soprattutto ha fatto film con gente come Walter Hill (I cavalieri dalle lunghe ombre), Peter Yates (All american boys), Jim McBride (The big easy e Great balls of fire), Lawrence Kasdan (Wyatt Earp). Era tanto tempo fa, ma Dennis gira ancora quattro film all’anno, spaziando da Bill Clinton (lo ha interpretato nel film tv Special relationship) alla fantascienza venata di horror di Pandorum-L’universo parallelo, nelle sale dal 6 agosto.
Cominciamo dagli addominali. Notevoli, complimenti davvero. Chissà quante ore di allenamento le costano ogni giorno...
«No, è che ho due gemelli da rincorrere».
Neanche cinque di gemelli darebbero questi risultati.
«Ho fatto molto sport, per tutta la vita, diciamo che la struttura è buona».
Come mai si è rimesso a fare un film dietro l’altro? Vuole diventare molto ricco?
«Ci sono periodi nella vita in cui, anche se hai avuto la fortuna di poter fare il lavoro che ti piaceva, ti annoi, vai avanti per inerzia, perdi il fuoco che avevi. Devi saperlo riaccendere. A me è tornata la voglia».
Con “Pandorum” è tornato anche nello spazio, dove era stato in “Uomini veri”, il film di Philip Kaufman che l’ha resa famoso.
«Sì, ma quella era la storia del programma spaziale degli Stati Uniti, questa è fantascienza. La Terra sta morendo, l’umanità si sta trasferendo su un altro pianeta, io sono insieme a Ben Foster e ci svegliamo dopo un sonno criogenico di anni. Siamo su un’astronave, non c’è nessuno, non abbiamo la minima idea di chi siamo e di quale sia la nostra missione. È una specie di La mia cena con André di Louis Malle, nello spazio. Sono stato nella stessa stanza, sullo stesso set per quattro settimane. Molto intenso e veloce. Aspetto di sentire la critica di mio figlio Jack. Ha 18 anni e mi sa che farà l’attore anche lui».
Oggi è più o meno dura di quando ha iniziato lei?
«Non mi augurerei di essere agli inizi adesso, preferisco averlo fatto ai miei tempi. Di sicuro per i 20enni di oggi è altrettanto eccitante, ma io mi sono formato con i film degli Anni 70, un grande momento per il cinema. Era come se i matti avessero preso il controllo del manicomio».
Le manca quella Hollywood?
«Sì. Intendiamoci, anche allora non c’erano solo La rabbia giovane, Bonnie and Clyde o Cinque pezzi facili: c’era anche Burt Reynolds. Però ora è di nuovo un momento interessante, la maggioranza dei film che prendono nomination all’Oscar sono indipendenti, mi ricordano un po’ i miei tempi. Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen o Il petroliere di Paul Thomas Anderson assomigliano a quel tipo di cinema, destrutturato e senza eroi, o dove gli unici eroi sono ribelli».
La Hbo ha mandato in onda da poco negli Stati Uniti “Special relationship”, il film in cui lei interpreta l’ex presidente Bill Clinton. Anni fa avevate giocato a golf insieme alla Casa Bianca: l’ha rivisto?
«No, non ho cercato di rincontrarlo per il film. Ho guardato centinaia di ore di documentari e filmati, mi sono fatto i capelli come lui, che è stata un’impresa, ho letto e riletto le oltre 900 pagine della sua biografia e ho messo su 15 chili mangiando tutti i giorni da McDonald’s».
È vero che all’inizio aveva detto di no a questo progetto?
«Ero perplesso perché a Clinton non somiglio neanche un po’. Però la sceneggiatura di Peter Morgan, lo stesso che ha scritto The Queen e Frost/Nixon, è molto coinvolgente: parla del rapporto tra Clinton e Tony Blair dal 1997, la prima volta che viene eletto capo del Governo inglese, al 2000. È il periodo in cui Blair è alle prese con l’Irlanda del Nord e Clinton con lo scandalo Lewinsky. Ci dimentichiamo l’impresa monumentale di cui è stato capace: preservare la presidenza, il suo posto, il suo matrimonio e governare il Paese, mentre in quei giorni tutti dicevano che si sarebbe dimesso dopo 36 ore. È l’uomo più intelligente che abbia conosciuto, non penso che con lui saremmo mai andati in Iraq».
Non gli somiglierà, ma hanno scritto che la sua interpretazione dell’ex presidente è fantastica.
«Se sei un idraulico, col tempo impari dei trucchi che ti rendono un idraulico migliore».
Anche con la seconda paternità funziona così, con l’esperienza impari e come papà diventi migliore?
«Migliore non so, ma di sicuro è più facile. Hai già visto la storia, sai che non avrai a che fare con i pannolini per tutta la vita, che di notte prima o poi si tornerà a dormire e che poi, un giorno, arriverà il college. Tutto più rilassato. Se non avessi due gemelli, che è un’altra storia...».
Quando Thomas e Zoe sono nati avete vissuto un incubo, per fortuna con happy end, da cui è nata la Quaid Fondation. Di che cosa si occupa?
«Era il novembre del 2007. I miei bambini avevano dodici giorni, dovevano prendere gli antibiotici per un’infezione, erano in ospedale a Los Angeles. Per via dell’antibiotico i medici hanno prescritto dei fluidificatori del sangue. Solo che hanno somministrato loro una dose mille volte più alta di quella corretta e il sangue era diventato acqua. Le loro vite sono state appese a un filo, grazie a Dio ce l’hanno fatta, ma è stato un miracolo. E tutto per un errore banalissimo. Sono situazioni molto diffuse, pericolose e assolutamente evitabili. La fondazione, che ho creato con mia moglie Kimberly, si occupa di questo: promuovere e sviluppare la sicurezza negli ospedali».
Da quanto siete sposati?
«Dal 2004».
Con Meg Ryan si era sposato il giorno di San Valentino. Con Kimberly?
«Il 4 di luglio, Independence day».
Riesce ancora a suonare con gli Sharks, la sua band?
«Sì, siamo insieme da sette-otto anni. E suono da quando ne avevo 12. Ma non ho più molto tempo, ho già un lavoro e devo anche andare in giro a promuovere i film».
Cosa che non le è mai piaciuta.
«Se ti tocca, la fai. E poi io non sono Britney Spears, i paparazzi non mi assediano più come un tempo e ho anche smesso di preoccuparmi di cose tipo “perché non parlano del mio lavoro e vanno a caccia di gossip?”».
Il film in cui si è divertito di più?
«Uomini veri. Ora è un classico, ma allora non andò benissimo».
Il regista con cui oggi vorrebbe lavorare?
«I Coen. È come se a ogni film si reinventassero. Però devo dire che non sono mai stato io a cercare i film, sono sempre stati loro a trovare me. E quando una storia c’è e il copione è buono, a pagina 37 te ne accorgi».
Perché 37, è il suo numero fortunato?
«No, è più o meno la fine del primo atto. Se dopo 37 pagine la storia non ti ha preso, dove vuoi che vada?».
Ma è vero che voleva fare l’astronauta?
«Sì. E dopo Uomini veri ho preso il brevetto da pilota. Oggi, se paghi, sullo spazio ci puoi andare da turista. Mi sarebbe piaciuto fare anche il giocatore professionista di baseball. Solo che lì, intorno ai 30 anni, hai finito. Con questo lavoro, invece, mi sa che vado avanti finché campo».
04 Agosto 2010 Jacqueline Smith, Robert Hayes




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