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Jane Campion è la regista che, in Bright Star, ha messo in scena una storia (vera) di sentimenti e poesia. E ha scoperto una cosa: «C’era più passione quando gli innamorati si davano del lei»

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La prima impressione che ho, quando mi trovo Jane Campion davanti, è quella di essere in una scena di un quadro. È seduta composta di fronte a un servizio da caffè d’argento, ha i capelli bianchi lunghi e lisci e indossa quello che, da lontano, mi sembra un vestito nero. Poi le stringo la mano e, da vicino, le cose appaiono in modo diverso: il vestito è, in realtà, uno spolverino, sotto c’è una maglia nera tagliata in modo strano. Insomma, quella che, da lontano, sembrava una signora dei tempi passati, da vicino somiglia di più a una specie di post-punk. Era il 1992 quando Jane Campion vinse una statuetta per la sceneggiatura di Lezioni di piano. Per un attimo, sembrò che questa regista neozelandese potesse dare il via a una rivoluzione: più spazio alle storie di donne raccontate “al femminile”. Le cose, però, sono andate in modo diverso (la prima regista a vincere un Oscar, Kathryn Bigelow, c’è riuscita raccontando una storia di guerra, quasi tutta al maschile), ma la Campion è rimasta fedele ai sentimenti complessi. Tutti elementi che ritroviamo in Bright Star (nelle sale dall’11 giugno), il film basato sulla storia del poeta inglese John Keats e del suo amore per Fanny Brawne.
Perché ha scelto questa storia. E perché adesso?
«Leggendo le vicende di Keats e della Brawne ho trovato in me un nuovo livello di tenerezza. Mi hanno commosso la purezza, l’innocenza, il coraggio e il dolore con cui queste persone hanno affrontato la loro relazione, di cui a noi sono rimaste solo le lettere. È bizzarro pensare che avessero più intimità loro, in una società come quella vittoriana, rispetto a Brad Pitt e Angelina Jolie, oggi. Non che io sappia cosa combinano per davvero quei due...».
Non è la prima volta che gira un film sulla vita di un poeta. “Un angelo alla mia tavola” era dedicato alla scrittrice neozelandese Janet Frame. La poesia le piace così tanto?
«Al contrario. Ho pensato che, avendo ormai superato i 50 anni, avrei dovuto vincere, una volta per tutte, la mia paura della poesia. Ho iniziato a leggere vari autori a caso e mi sono imbattuta in Keats. Mi colpì che proprio lui prendesse in giro i suoi amici per come si innamoravano».
È bastato questo?
«È un personaggio splendido. Si sentiva in difficoltà con le donne perché era molto minuto. Parlava spesso di come si trovasse in imbarazzo con loro e di quanto fosse sollevato quando poteva stare da solo. Questo finché non conobbe Fanny: con lei si sentì subito a proprio agio. Sarà che erano della stessa statura...».
Che cosa li univa, a parte l’altezza?
«Erano un’accoppiata perfetta. Lui era un tipo divertente, scherzoso e totalmente dedito alla poesia. Anche lei era arguta e chiacchierona, anche se non le interessavano i versi. Certo, la loro fortuna fu quella di essere vicini di casa».
Lo dice per via degli usi dell’epoca e il galateo da rispettare a tutti i costi anche negli incontri galanti?
«Quella è una cosa che adoro! C’è la contraddizione tra l’intimità che vivevano in modo totale e il modo in cui lei si rivolgeva a lui chiamandolo “Mr. Keats”. Persino nei suoi diari! Quando lui, malato, decide di andare in Italia e lei sa che lo sta perdendo per sempre, Fanny torna a casa e scrive una sola frase: “Mr. Keats ha lasciato Hampstead”. Tutto lì».
Lei crede che, in passato, ci si amasse più profondamente?
«Non saprei. Quel che so è che, mentre leggevo la loro storia, singhiozzavo. Ho ammirato il coraggio con cui hanno affrontato la separazione. Senza dimenticare quel triangolo amoroso - con una passione mai veramente consumata - che si viene a creare tra Keats, Fanny e il loro comune amico, Charles Brown. Se poi ci si chiede se un amore del genere sia possibile oggi, mi viene da dire che forse noi parleremmo di codipendenza».
Vuol dire che abbiamo paura di affrontare i sentimenti e che ci nascondiamo dietro a formule e definizioni?
«Chiederci se crediamo ancora nell’amore è una cosa che facciamo spesso. Quello di Keats e Fanny è un tipo di passione che esiste anche oggi: è quella tipica dei primi amori. Quello in cui soffriamo perché speriamo di perderci nell’altro e che ci spaventa, quando scopriamo che ci stiamo annullando per amore».
Dopo “Lezioni di piano” e “Ritratto di signora” aveva dichiarato di non voler più fare un film in costume. Poi...
«Ma questo non è un film in costume! È una storia molto intima, dove si narra una tragedia. Certo, i vestiti d’epoca ci sono, ma sono stati studiati in modo da “nascere dai personaggi”: abbiamo fatto di tutto per evitare un effetto decorativo».
Come si riesce a creare un’atmosfera d’intimità fra due attori?
«Facendoli rilassare, bisogna aiutarli a capire che non devono esibirsi. A volte gli offro un tè e li lascio parlare davanti alla cinepresa che gira, senza dire nulla. Aspetto che nasca un’alchimia: a un certo punto, li vedo trasformarsi in altre persone. Il mio lavoro consiste nello stare lì ad aspettare, pazientemente».
La sua è una dote professionale o è così anche fuori dal set?
«No, mentre scrivo sono un esempio vivente di tensione: scoppio a piangere, mi sveglio nel mezzo della notte... Una cosa che ho scoperto con Bright Star è che il cinema, come la poesia, è un processo intuitivo: accade spontaneamente. Io, comunque, per facilitarlo sono andata in una località sperduta lungo un fiume australiano, senza computer e telefono. Scrivevo a mano».
08 Giugno 2010 Andrea Cangioli
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