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Sono i “secchioni” del cinema, girano la stessa scena per ore e si stupiscono che tutti definiscano Il Grinta un western («A noi sembra una favola per ragazzini!»). Credete che a Joel ed Ethan Coen importi di essere stati snobbati all’Oscar?

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Da bambini si sono comprati una cinepresa Super8 con le mance prese a tagliare l’erba in giardino. E anche ora che sono cresciuti hanno sempre la faccia da “nerd”, da ragazzini secchioni. Pare che off the record siano molto divertenti e chiacchieroni. Quando accendi il registratore si chiudono a riccio e diventano di pochissime parole, eludono le domande e intervistarli può essere un’impresa. Joel è il più anziano e laconico: 56 anni, ha studiato cinema alla New York University, è sposato con Frances McDormand (Oscar per Fargo) e ha un figlio adottato dal Paraguay. Ethan è di tre anni più giovane, ha una laurea in filosofia a Princeton e vive anche lui a New York con la moglie Tricia Cooke. Esordiscono dicendo che non hanno mai considerato Il Grinta un vero western e di non aver mai contemplato che nei suoi panni potesse esserci qualcun altro al posto di Jeff Bridges. E non importa se il film è stato tra gli snobbati agli Oscar. Loro la statuetta l’hanno portata a casa con Fargo e Non è un paese per vecchi.
Perché non sarebbe un vero western?
Joel: «È una storia raccontata dal punto di vista di una 14enne, una ragazzina che vuole catturare chi le ha ammazzato il padre. Per noi è un po’ Alice nel paese delle meraviglie, un film che può interessare anche un pubblico adolescente».
E se Jeff Bridges vi avesse detto di no?
Ethan: «In questo caso, non avevamo un piano B. Jeff è un grande. Ed è vecchio e grasso abbastanza. Il Grinta non poteva avere un fisico da palestra. Jeff ha fatto quasi tutte le scene a cavallo, solo quando si vedeva molto in lontananza abbiamo usato una controfigura. È stato un film difficile, quasi tutto in esterni e in condizioni meteorologiche estreme, neve, vento a 50 miglia all’ora...».
Ogni tanto si sente parlare di un possibile sequel di “Il grande Lebowski”, sempre con Jeff Bridges...
Joel: «Ancora Lebowski? Non credo. Per puro divertimento abbiamo pensato a Old Fink, un sequel di Barton Fink, ma non è mai stata una cosa seria. Ogni tanto John Turturro torna alla carica perché vuole fare uno spin off del film, sviluppando una storia con Jesus, il suo personaggio. Ma glielo abbiamo detto: se mai si facesse, non sarà prima che lui sia diventato davvero vecchio».
È vero che lavorate tantissimo?
Ethan: «Soprattutto all’inizio, ai tempi di Blood simple, quando abitavamo anche insieme. Oggi abbiamo mogli e figli, andiamo tutti i giorni in ufficio perché a casa non riusciremmo a fare niente. Siamo molto pigri e indisciplinati. A volte in ufficio dormiamo».
Qual è vostro film più autobiografico?
Joel: «A serious man. O meglio, non è proprio autobiografico, ma è il nostro film più personale. Siamo negli Anni 60 e il protagonista è un professore di fisica in un sobborgo bene del Mid West. Noi siamo cresciuti a St. Louis Park, nel Minnesota e abbiamo voluto girare in quei luoghi: il laghetto che si vede nel film è quello dove anche noi andavamo in vacanza, il parco sul fiume è lo stesso dove facevamo canoa. La scuola è molto simile alla nostra, anche se non è lo stesso edificio. Anche noi avevamo insegnanti così anziani, sopravvissuti all’Olocausto. La nostra sinagoga non esiste più, così abbiamo ottenuto il permesso di girare in una vicina. La segretaria della scuola è uguale a quella che ci aspettava all’ingresso ogni mattina e tutto il resto è molto simile. Ma le analogie finiscono qui: la storia è completamente inventata, così come il protagonista Larry, sebbene sia stato costruito ispirandoci a tante persone reali, agli amici di mamma e papà. Volevamo raccontare i veri ebrei del Mid West, delle grandi pianure, quelli lontani dalle metropoli cosmopolite e dagli intellettuali di Woody Allen».
Che cosa facevano i vostri genitori?
Ethan: «I professori: mamma insegnava storia dell’arte, papà economia all’università, ma il prof Larry non c’entra con lui. La figlia, invece, è uguale a nostra sorella Debbie, che ha passato l’adolescenza chiusa in bagno a lavarsi i capelli...».
Siete cresciuti in una famiglia osservante?
Ethan: «Essere ebrei, per noi, è sempre stato più un fatto etnico che religioso. Mamma era molto religiosa, papà la seguiva. E nessuno ha mai messo in discussione che avremmo studiato religione e che avremmo festeggiato il bar mitzvah, anche se noi due, a essere sinceri, avevamo altro per la testa».
Mel Brooks dice che i suoi ebrei sono invincibili, mentre quelli di Woody Allen sono “timorati di Dio”. E i vostri come sono?
Joel: «Non sono affatto invincibili, anzi. Sono pieni di problemi e preoccupazioni. Ma, a dire il vero, non ci sentiamo inseriti nella tradizione yiddish. Non siamo abituati a confrontare la nostra sensibilità con quella di altri autori ebraici, anche se uno scrittore come Philip Roth ci piace moltissimo».
Facciamo un gioco: la vostra classifica dei migliori western di tutti i tempi?
Ethan: «Primo posto: C’era una volta il West di Sergio Leone, che ci ha affascinato persino nel modo in cui erano stati scelti i cappelli. Secondo: Il texano dagli occhi di ghiaccio di Clint Eastwood. Al terzo: Greaser’s Palace di Robert Downey Senior».
Non vi viene mai voglia di lavorare ognuno per i fatti suoi?
Ethan: «No, ci troviamo bene così».
Come vi dividete i compiti?
Ethan: «Ce lo chiedono sempre e non sappiamo mai che cosa rispondere».
Il consiglio fondamentale che dareste a chi fa il suo primo film?
Ethan: «Usare più tempo possibile per fare le riprese. Anche a costo di sacrificare altri particolari, sforare il budget o pagare meno le persone. Per noi è l’unica scelta davvero vincente. Quella che, alla fine, rende».
Ma voi avete sempre scritto tutto insieme?
Joel: «No, abbiamo iniziato quando io lavoravo come assistente in film low budget, splatter, che avevano tutti nel titolo la parola “morto”. Il migliore era The Evil Dead di Sam Raimi (titolo italiano: La casa)».
Oltre a Raimi chi ha più influenzato il vostro cinema?
Ethan: «Dipende dai film. Quando abbiamo presentato a Cannes Barton Fink il presidente della giuria era Roman Polanski e gli abbiamo detto: “Che fortuna che quest’anno tocchi a te, perché il nostro film ha dentro un sacco di Repulsione e L’inquilino del terzo piano”. Ma di solito le nostre influenze sono decisamente più letterarie che cinefile».
A girare un vero horror ci avete mai pensato?
Joel: «Sì, abbiamo lavorato a un paio di script, uno dei quali potrebbe intitolarsi qualcosa come Film horror completo. E non ho nemmeno il minimo dubbio su chi potrebbe essere la protagonista femminile. Mia moglie Frances sarebbe molto sexy (e molto) nella parte del mostro».
15 Marzo 2011 Jacqueline Smith




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