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Ma qualcuno deve pure farlo. E Josh Brolin lo fa così bene che i migliori registi pensano a lui per i personaggi scomodi. E dire che l’attore sogna tutt’altro ruolo. L’eroe buono? «No, il cretino di turno: ne sarei onorato»

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Quando arrivo davanti alla stanza riservata per l’intervista, Josh Brolin è sdraiato per terra, proprio fuori dalla porta. Lo guardo. Lui alza la testa e con la voce più bella che abbia mai sentito dice: «Ho mal di schiena. Mi sto stirando i muscoli». Per una frazione di secondo immagino di sdraiarmi per terra, vicino a lui, e di fare così l’intervista. Neanche il tempo di pensarlo che è già in piedi, altissimo, completo blu, camicia bianca, cravatta nera allentata. Ci sono attori che vedi in decine di film nel corso di decine di anni, con carriere altalenanti, belle, ma mai straordinarie. Che rischiano di sprofondare in una anonima celebrità, sempre in bilico tra mediocrità e grandezza. Che non esplodono mai veramente, fino a quando arriva il ruolo della vita e loro - siccome sono bravi davvero e sono soprattutto allenati alla gavetta - si fanno trovare pronti. Brolin è uno di questi, con la differenza che di ruoli della vita a lui ne stanno capitando uno dietro l’altro. Il primo è stato il George W Bush di W, film di Oliver Stone sull’ex presidente americano: impressionante per somiglianza e bravura. Poi c’è stato Milk, diretto da Gus Van Sant: altra straordinaria prova nella parte del politico conservatore Dan White.
Ora è la volta di Roy, uno dei protagonisti di Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, film corale di Woody Allen dove le storie di due anziani coniugi (Anthony Hopkins e Gemma Jones) si incrociano con quelle di una coppia più giovane formata dalla figlia Sally (Naomi Watts) e dal marito Roy. Un personaggio, quest’ultimo, a dire poco negativo: scrittore con un solo libro all’attivo, passa le giornate lamentandosi del mondo, colpevole di non riconoscergli la grandezza che pensa di meritare. Incastrato in un matrimonio stanco, finisce per lasciare Sally, si fidanza con la giovane ed esotica vicina di casa (Freida Pinto) e ritrova il successo, a prezzo però di un reato più grave della sua stessa inettitudine: far passare per suo il manoscritto di un amico finito in coma. «Devo ammettere che quando ho ricevuto la sceneggiatura mi sono preoccupato: perché proprio io? Oddio, non è che Woody vede qualche analogia tra Roy e me?», racconta. Impossibile non notare quanto dal vivo sia più bello rispetto al personaggio visto sullo schermo, decisamente imbruttito e appesantito. «Appesantito? Diciamo la verità: sono grasso, faccio schifo, ma è così che io e Woody lo volevamo. Roy è solo fisicità: è un gorilla, un primitivo che non sa parlare ed è senza talento. È un uomo che si lamenta in continuazione, non ha voglia di lavorare e colpevolizza il resto del mondo per i suoi errori. Ma davvero dobbiamo ancora parlare di lui? Non ce la faccio, è troppo deprimente».
Ai personaggi antipatici dovrebbe essere abituato: Bush non era esattamente un eroe positivo.
«In realtà in W la sfida è stata quella di mettere in evidenza la sua umanità. Il presupposto era: se così tante persone l’hanno voluto presidente per ben due mandati consecutivi, be’, devono aver visto qualcosa di buono in lui».
Pensa di aver vinto quella sfida?
«Credo di sì. Alla fine è stata un’operazione di redenzione. Io stesso non credo che Bush sia una cattiva persona. Semplicemente stava facendo una professione non adatta a lui. Il baseball, quello sì che sarebbe stato un lavoro perfetto!».
Si è chiesto come mai i registi la chiamano per interpretare personaggi così odiosi?
«La spiegazione che mi sono dato è che loro vedono in me la possibilità di tirare fuori cose che neanche io conosco. Chiamarmi per interpretare la parte di un cretino, per esempio, è il più grande complimento che possano farmi: vuole dire che confidano nella mia capacità di scavare in profondità, di rappresentare livelli diversi di lettura».
Vedersi imbruttito e ingrassato sul set è stato faticoso?
«La mia vanità è stata messa a dura prova: ho passato sei settimane a Londra e nessuna donna mi ha degnato di uno sguardo».
Lei ha una voce stupenda: poteva puntare su quella.
«Anche la voce non era più la stessa. Il modo in cui parla Roy non è il mio: ha un tono più acuto e lamentoso, veramente insopportabile. Dio mio, quanto odio quel personaggio!».
Non si è divertito neanche un po’ a interpretarlo?
«Un po’ sì, anche se recitare non è così divertente. Mi crea molto stress: non sai mai se la scena verrà fatta in una ripresa oppure in due, e magari tu ne avresti bisogno di un’altra ancora. Lo studio del personaggio, quello sì che mi piace: posso prendermi i miei tempi».
Vuol dire che soffre ancora di insicurezza come attore?
«Tutte le volte, prima di andare sul set, mi dico: perché lo faccio? Perché?».
Lei è figlio d’arte. Suo padre (James Brolin, ndr) è attore e so che sua figlia Eden, che ha 16 anni, è interessata anche lei al cinema. È contento?
«All’inizio non lo ero: chi augura ai propri figli una vita fatta di rifiuti e umiliazioni continue? Ma se questo è davvero il suo sogno, la sosterrò. E poi mia figlia è una tosta: è cresciuta in campagna ed è molto sveglia e intelligente»
Una serie di umiliazioni? È così che lei vede la sua carriera?
«Da giovani tutti vogliamo essere fighi e amati: i rifiuti sono difficili da accettare. Ci sono passato e so di che cosa parlo. Adesso sinceramente non mi importa più».
30 Novembre 2010 Simona Siri




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