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Cinico, politicamente scorretto e... romantico. il protagonista di “La versione di Barney”, al cinema, ha il volto di Paul Giamatti. Uno che, con quel nome lì, non ottiene mai la parte dell’italiano: «Forse non somiglio abbastanza ad Al Pacino»

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Non ho modo alcuno di provarlo, quindi dovrete credermi sulla parola. Sei anni fa, un amico molto esperto di cinema, che tanto aveva amato il libro di Mordecai Richler La versione di Barney, mi disse: «Paul Giamatti non sarebbe niente male nel ruolo di Barney Panofsky». Era l’epoca di Sideways - In viaggio con Jack, piccolo film grazie al quale anche i più distratti si accorsero della straordinaria bravura di Giamatti, uno di quelli che non appartengono alla categoria delle star alla Tom Cruise, ma che hanno carriere solide e la capacità di lasciare il segno in ogni ruolo. Tu, spettatore, te ne accorgi solo a posteriori e, magari, solo al decimo film cominci a realizzare che quell’attore lì lo hai già visto in almeno due film di Woody Allen (Harry a pezzi, La dea dell’amore), in un kolossal come Salvate il soldato Ryan, in una commedia come Big Mama, in un film con Russell Crowe (Cinderella Man - Una ragione per lottare) e, appunto, in quel meraviglioso gioiello che fu Sideways, Oscar per la migliore sceneggiatura originale e una nomination al Golden Globe per Giamatti, aspirante scrittore cinico e depresso, ossessionato dal vino in generale e dal Pinot nero in particolare.
Sei anni dopo, Paul Giamatti è protagonista di un (altro) ruolo che gli calza a pennello e che gli è valso la seconda nomination ai Golden Globe come migliore attore protagonista in attesa di sapere se ce ne sarà una anche per gli Oscar. «Sono contento», risponde lui al telefono da Londra. «Forse dovrei iniziare a preoccuparmi: Barney Panofsky non è un tipo particolarmente piacevole».
In teoria ha ragione. In pratica no. Rispetto alla sua versione letteraria, il Barney cinematografico si è molto addolcito. Attraverso tre matrimoni, un periodo da bohémien a Roma e il mistero sulla scomparsa dell’amico Boogie, l’esistenza di Panofsky si caratterizza per cinismo e irascibilità, ma anche per ironia e per capacità di rovinare (ma, in fondo, anche rendere più interessante) la propria vita e quella di chi gli sta intorno. Prima tra tutte la terza moglie, Miriam, meravigliosamente interpretata da Rosamund Pike, un altro elemento di sorpresa di un cast che comprende anche Dustin Hoffman nei panni dell’eccentrico padre di Barney, Izzy.
C’è qualcosa del carattere di Barney Panofsky che sente suo? Magari l’ironia?
«L’aspetto interessante di questo ruolo è proprio che lui è molto diverso da me e mi ha permesso comportamenti sopra le righe cui io non penserei mai. Come telefonare al marito della mia ex moglie per insultarlo, per esempio. Potersi sfogare così, in un film, è molto liberatorio».
Allora riformulo: differenze caratteriali a parte, quanto le sta simpatico Barney?
«Sicuramente, dietro alla sua ironia, c’è un lato molto romantico che, poi, è forse il motivo per cui il pubblico si è innamorato tanto del libro di Richler quanto del nostro film».
Lei conosceva il romanzo prima di iniziare le riprese?
«No, ho letto direttamente la sceneggiatura. Però ho guardato molti video di Mordecai Richler per capire i suoi movimenti, il modo in cui esprimere il sarcasmo. In Barney c’è molto di lui».
Il film racconta la vita del protagonista dai 30 ai 60 anni. È stato più difficile ringiovanire o invecchiare?
«Per interpretare il Barney maturo ho dovuto usare delle protesi e mettere una maschera, il che rende meno vulnerabili. Recitare la prima parte della sua vita è stato sicuramente più impegnativo».
Lei che tipo di attore è? Uno di quelli che, durante le riprese, si porta il personaggio anche a casa?
«Qualche anno fa ero così. Adesso meno. Comunque mi restano dentro soprattutto gli aspetti positivi: nel caso di Barney, la sua energia, la sua voglia di vivere e quella sana pazzia. Ecco, queste cose le ho portate sempre con me, durante tutta la lavorazione del film».
Come mai, nonostante le origini italiane, non le offrono mai ruoli da italoamericano?
«Non ne ho idea. Una volta, durante un provino, non mi diedero la parte perché non sembravo abbastanza italiano. Dissero proprio così e mi arrabbiai molto. Credo che il problema sia l’idea che i produttori americani si sono fatti: loro pensano ad Al Pacino».
Lei, in effetti, ha più l’aria da intellettuale ebreo che da spietato mafioso...
«Probabilmente è così. Credo che la colpa sia anche di film come Sideways: non è scritto da nessuna parte che il personaggio di Miles sia ebreo e io stesso non l’ho mai pensato, interpretandolo. Per il pubblico, però, è così».
Il primo progetto di film tratto da “La versione di Barney” risale a più di dieci anni fa, quando Richler era ancora vivo. All’epoca si parlava di Dustin Hoffman come protagonista. Alla fine non se ne fece nulla e ora a lui toccato il ruolo del padre.
«Sarebbe stato perfetto! Ma, a essere sinceri, lo è anche nel ruolo di genitore: hanno molto in comune, soprattutto la tendenza a dire tutto ciò che passa loro per la mente. Comunque, di Hoffman, nel film, non c’è solo Dustin: Jake, suo figlio, interpreta Michael, il figlio di Barney».
Ha la stoffa del padre?
«Jake è un ragazzo fantastico: di sicuro, fuori dal set, Dustin Hoffman ha fatto un ottimo lavoro come genitore. Non so se posso dire lo stesso del suo personaggio, visti i pasticci che Barney combina».
Ho letto che a Mordecai Richler non sarebbe dispiaciuto Brad Pitt nei panni del protagonista.
«Deve averlo detto per scherzo. O forse no. D’altronde, chi non vorrebbe avere la faccia di Brad Pitt?».
Non esageri. Lo sa che, dopo “Sideways”, il pubblico femminile la guarda in modo diverso? Insomma, lei piace...
«Suppongo di sì. Anche se credo che possano capire più il fascino di Barney che non quello di Miles in Sideways».
Posso dirle ciò che rende entrambi i personaggi affascinanti. Dietro la cattiveria e il cinismo noi riusciamo a vedere sofferenza e sensibilità.
«E a voi questo piace? Buono a sapersi».
Oh sì. Siamo creature complicate: le cose semplici non ci interessano.
«In effetti ha ragione, ma è un aspetto della vostra sensibilità di cui mi sono reso conto solo con l’età. Però è rassicurante sentirlo ripetere da una donna».
Insomma, meglio lei che Brad Pitt.
«Veramente? Questo sì che è davvero confortante...».
20 Gennaio 2011 Simona Siri




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