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Anche se si chiama Coppola e il mondo del cinema è ai suoi piedi. Anche se siamo qui per parlare di lei e dei suoi progetti. Per gran parte dell’intervista, Sofia non ha fatto altro che nominare suo padre e gioire per un complimento inatteso che le abbiamo riferito.

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Ha tante qualità Sofia Coppola, ma certamente non è una chiacchierona. Più precisamente: tra la categoria delle belve di Hollywood - le professioniste da intervista, che sanno benissimo che parte del loro lavoro è sfamare i giornalisti con dichiarazioni un po’ a effetto - e quella di chi si esprime meglio lavorando piuttosto che parlando del proprio lavoro, ecco, la regista ricade senza dubbio nella seconda. Si può chiamarlo pudore o, semplicemente, timidezza. O forse, privilegio. Quello che le viene dall’essere figlia di un mostro sacro del cinema e di non aver mai avuto bisogno di cercare l’attenzione della stampa: ce l’ha naturalmente da quando è nata, con tutto quello che consegue, ovvero lo status di icona, le coccole degli stilisti, Marc Jacobs che le dedica una borsa, lei e papà Francis che fanno i testimonial per Louis Vuitton...
Voce esile, modi gentili e un sorriso che lascia intravedere le gengive: potrei avere davanti una giovane studentessa americana in gita a Roma. Quella che ho di fronte è invece una donna che ha partorito la seconda figlia, Cosima, a giugno (la prima ha tre anni e si chiama Romy: il padre di entrambe è il cantante dei Phoenix, Thomas Mars) e che, tra qualche settimana, sarà alla Mostra del cinema di Venezia (in programma dall’1 all’11 settembre) a presentare, in concorso, la sua quarta pellicola, Somewhere. Un film piccolo e intimo perché, spiega lei, «dopo lo sfarzo produttivo e visivo di Marie Antoinette, la troupe gigantesca e i costumi, ho capito che le grandi produzioni non fanno per me».
Ambientato allo Chateau Marmont, il celebre albergo di Los Angeles in cui risiedono le star, Somewhere racconta - così come faceva Lost in translation - più che una storia, uno stato d’animo: solitudine mista a noia, mista ad alienazione («È un’esperienza comune a tutte le persone che stanno attraversando dei cambiamenti: quando sei in bilico, allora ti senti così, disconnesso dal resto del mondo», dice). Là la provava la neomogliettina Scarlett Johansson, qui un attore di successo, tale Johnny Marco (interpretato da Stephen Dorff), uno che passa le giornate ciondolando tra la piscina, il bar, l’incontro con una donna di passaggio e un giretto in Ferrari. Fino a quando nella sua vita arriva Cleo, la figlia 11enne, con la quale Johnny instaura un rapporto fatto di gioco, tenerezza e complicità e grazie al quale riesce a ridare un po’ di senso a una vita che stava tendendo pericolosamente all’apatia e alla depressione.
Nel rapporto tra Johnny Marco e Cleo c’è qualcosa che ricorda quello tra lei e suo padre?
«Be’, mio padre è certamente molto diverso dal protagonista, però sì, nel film ci sono alcune scene che sono ispirate a ricordi d’infanzia. Per esempio, quando Johnny e Cleo vanno a Las Vegas, ecco, quello è successo veramente. Ricordo che mio padre mi ci portò da bambina e mi insegnò a giocare ai dadi. Lo stesso vale per la scena in cui i due sono in albergo e, in piena notte, ordinano il gelato in camera: ero malata, mia madre era via per lavoro e mio padre mi fece trovare la tavola ricoperta di ogni gusto possibile di gelato».
Alberghi, set, viaggi: lei non ha avuto un’infanzia proprio normale...
«Per me è stata assolutamente ordinaria. Nonostante i viaggi, io e i miei fratelli abbiamo sempre frequentato scuole normali. Non eravamo i tipici figli delle star hollywoodiane, se è questo che intende».
Cleo, pur avendo solo 11 anni, è una bambina molto matura. Questo perché, secondo la sua esperienza, a stare con gli adulti si cresce più in fretta?
«Il personaggio di Cleo è ispirato alla figlia di una coppia di amici, entrambi attori. Loro sono un po’ strambi, ma la loro bambina è una ragazzina molto seria, matura e responsabile. Forse per reazione, chissà: più i genitori sono... messi male, diciamo così, più i figli maturano velocemente».
Rimane il fatto che Cleo non sembra avere nessuno dei difetti delle ragazzine di oggi: non è maliziosa, non veste in modo eccessivamente provocante rispetto alla sua età…
«Volevo che Cleo rappresentasse qualcosa di puro e genuino e non che diventasse lo stereotipo della tipica pre-adolescente. Le ragazzine con le minigonne sono rappresentative di un certo tipo di 11enni, non di tutte».
Suo padre la portava sempre sul set. Lei con le sue figlie fa o pensa di fare lo stesso?
«Per ora sì, tanto sono piccole. Più avanti vedremo. Però mio padre aveva ragione: è divertente avere dei bambini intorno, anche quando si è sul set».
Che tipo di madre è: preoccupata e ansiosa, oppure ottimista?
«Cerco di essere ottimista. Non mi piace focalizzarmi sugli aspetti negativi. Anzi, cerco proprio di non pensarci».
Immagino che la delicatezza con cui descrive i sentimenti nei suoi film corrisponda alla sua natura. Ma lei ogni tanto si arrabbia? Alza mai la voce con qualcuno?
«No, non è il mio stile. Non esprimo me stessa in questo modo. Anzi, più intorno a me c’è gente che strilla e urla, più io mi faccio silenziosa e quieta».
Non dev’essere facile in un mondo in cui sembra che l’unico modo per ottenere le cose sia imporsi. Le capita mai di pensare di essere nata nell’epoca sbagliata?
«In realtà, mi sento molto in sintonia col mio tempo. Poi, certo, se parliamo del mio lavoro, il culto della celebrità e della fama a tutti i costi, che sembra essere esploso negli ultimi dieci anni, non è una cosa che mi appartiene».
Che cosa non le piace della vita dorata di Hollywood?
«È divertente, ma non è la vita vera. Soprattutto non è il tipo di vita che mi interessa fare tutti i giorni, non è un ambiente in cui voglio vivere 24 ore su 24».
I suoi film sono molto romantici, pur non essendolo mai apertamente o, almeno, non in senso classico. Che cos’è per lei il romanticismo?
«Un’attitudine, un modo di guardare alla vita. Ed è vero che c’è in tutti i miei film, soprattutto in questo: mi piace che nel finale ci sia un senso positivo di speranza».
Qual è il suo ricordo d’infanzia più bello?
«Un’estate mio padre organizzò una specie di campus artistico coinvolgendo tutta la famiglia: ognuno doveva lavorare a un progetto, a un piccolo film. Fu molto divertente. Non lo ripetemmo più, ma ancora adesso, se ci penso, lo ricordo come un’esperienza fantastica».
Sì, suo padre ne parla spesso nelle interviste: dice che già allora si capiva che, a dispetto della dolcezza, lei aveva la stoffa per comandare gli altri.
«Veramente? A me non l’ha mai detto. Sa però una cosa buffa? Io e mio padre abbiamo lo stesso avvocato e una volta, parlando di questioni di soldi, lui mi disse: “Tra i due sei tu la più forte”. Comunque io ho preso molto da mio padre: se davvero sono così forte, lo devo sicuramente a lui».
Qual è il regalo più bello che suo papà le ha fatto?
«Ha dato il mio nome a uno dei suoi vini. Se lei sapesse quanto ci tiene ai suoi vitigni capirebbe che è il gesto più grande che potesse fare».
18 Agosto 2010 Simona Siri




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