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E i missili, le moto, le esplosioni. Per il suo ultimo film (ad alto tasso di testosterone) Sylvester Stallone non s’è fatto mancare nulla. Ha chiamato i più famosi action hero: da Bruce Willis ad Arnold Schwarzenegger. «Siamo della vecchia scuola, per noi i dinosauri sono animali domestici».

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Adesso dice che I mercenari è il Sex and the City degli eroi dei film d’azione. «Loro hanno i tacchi alti, noi questi giocattoli: moto, missili, esplosioni...». Ride e, a un certo punto, la mette così: «Non ho il fisico da intellettuale, sono l’equivalente maschile di Marilyn Monroe». Insomma, Stallone se lo gode proprio questo successo ritrovato, quando tutti lo davano fuori tempo massimo, relegato in una serie infinita di remake di Rocky e Rambo, di cui anche lui deve aver perso il conto. A 64 anni, cinque figli, due divorzi (da Sasha Czack e da Brigitte Nielsen), una denuncia per detenzione di anabolizzanti e di ormoni della crescita (nel 2007 all’aeroporto di Sydney), la stessa bocca tutta da un lato (ha una paresi dalla nascita), “Sly” si è inventato questo film in cui ha radunato il gotha degli action hero - Arnold Schwarzenegger, Bruce Willis, Dolph Lundgren, Steve Austin, Jet Li, Eric Roberts, Jason Statham - per un’ultima missione contro un imprecisato dittatore sudamericano. Lui recita e dirige, ci sono i mercenari buoni e cattivi, non si capisce chi spara a chi, ma vedere Stallone contro Schwarzenegger contro Willis (la troika del testosterone) è un vero effetto speciale. E cavalcando l’onda di nostalgia per gli anni Ottanta che impazza ora a Hollywood - Karate Kid, Wall Street, A-Team... -, al primo weekend negli Stati Uniti (in Italia esce il 1° settembre) Sly ha stracciato al botteghino Eat Pray Love con Julia Roberts. Forse non se lo aspettava neanche lui.
Com’è ritrovare il successo dopo tutto questo tempo?
«Non male. Hollywood è cambiata, le star non contano più: se pensi di prenderne una e di riempire i cinema così, sei fuori strada. Quello che conta è il soggetto del film. Io ho rimesso insieme un po’ di amici famosi, vero, ma I mercenari funziona perché è come I professionisti di Richard Brooks (1966) o I quattro dell’oca selvaggia con Richard Burton (1978). Un film sul cameratismo maschile, su uomini che magari si sono comportati da balordi, ma che poi si mettono insieme per fare la cosa giusta».
Sta dicendo che è un “action movie” vecchia scuola?
«In un certo senso sì. I muscoli contano, ma ce li hanno in tanti, non bastano. Sono come i proiettili: quelli puoi comprarli, le emozioni no. Sì, siamo vecchia scuola, noi per animali domestici avevamo i dinosauri».
Ha rimesso insieme davvero tutti, da Arnold Schwarzenegger a Mickey Rourke, a Bruce Willis. Qualcuno le ha detto di no?
«Steven Seagal e Jean Claude Van Damme. All’inizio eravamo solo io, Jet Li e Jason Statham, a un certo momento avevo pensato a Ben Kingsley e a Forest Whitaker. Poi la sceneggiatura è cambiata e ho chiamato Dolph Lundgren (Ivan Drago in Rocky IV, ndr), che ha accettato subito. Con Arnold e Bruce siamo vecchi amici. La scena in cui ci siamo tutti e tre dura circa cinque minuti, ma per girarla si sono svegliati alle cinque e mezzo del mattino: Bruce doveva partire per Istanbul e Arnold tornare ai suoi impegni di governatore della California. Eppure sono venuti e l’hanno fatto».
Con Schwarzenegger non avevate mai recitato insieme prima? Vi considerate avversari?
«Arnold è strano. Per tanti anni siamo stati rivali e lui è ancora competitivo da morire. Vede questo orologio? Lo ha visto e ne voleva uno uguale. Gli ho detto: “Impossibile, è un pezzo unico, non ne esiste un altro uguale al mondo”. È diventato matto».
Non l’ha trovato arrugginito sul set dopo tutti questi anni di politica?
«No, recitare è come andare in bicicletta: quando impari è per sempre».
Anche fare il regista? Agli inizi ha diretto “Taverna paradiso”, tre sequel di “Rocky” e “Staying Alive”. Poi per vent’anni, fino a “Rocky Balboa”, non si è più messo dietro la macchina da presa. Perché ci ha messo tanto?
«Mi ero impigrito. La gente si era come dimenticata che facevo anche il regista e questo mi avviliva. In futuro, comunque, reciterò meno e produrrò, scriverò e dirigerò di più».
Sarà anche stufo di farsi male sul set...
«Sì, stavolta Steve Austin, che è un wrestler famoso, mi ha rotto quasi l’osso del collo. Sono finito all’ospedale e mi hanno messo una placca di metallo, così ora, all’aeroporto, suono al metal detector. Niente rispetto a Rocky IV: avevo detto a Dolph Lundgren di colpirmi forte per 30 secondi, non di cercare di ammazzarmi. Mi ha danneggiato il pericardio... un altro soggiorno in ospedale».
Una volta ha dichiarato che la paura più grande è che la sua carriera possa finire. Lo teme ancora?
«Dopo il successo del primo Rocky, avevo un’ambizione sfrenata. E un sacco di problemi personali. Ora è passata, adesso sono un’altra persona».
Come va la sua vita privata adesso?
«Mia moglie Jennifer e io abbiamo tre figlie incredibili (Sophie, 14 anni, Sistine, 12, e Scarlet, 8, ndr). Quando pensavo di avere avuto tutto, sono arrivate loro e la mia vita è rifiorita. Abbiamo anche rischiato di perdere la più grande, ma per fortuna è andata bene».
Che cosa le era successo?
«È nata con una malformazione cardiaca e un’operazione le ha salvato la vita. Quando siamo entrati nel reparto di terapia intensiva, dopo l’intervento, sotto tutti quei tubi e quei fili, riuscivamo a vedere a stento il suo corpicino. È stato allora che ho promesso a me stesso che non sarei mai più stato quell’essere tutto concentrato su di sé che ero. E mi sono deciso a sposare Jennifer».
Non era tanto convinto?
«Vengo da una lunga tradizione di matrimoni falliti. I miei genitori hanno divorziato e io l’avevo già fatto due volte».
Il suo primogenito, Sage, nato dal matrimonio con Sasha Czack, adesso fa il regista. Vi assomigliate?
«Per niente. Non potrei mai portarlo in palestra con me: fisicamente non è un lottatore, ma è intelligente, bravo e sensibile. Siamo molto uniti proprio perché tra noi non c’è competizione. Dirige, produce, fa l’attore. Di cinema ne sa più lui di me: è cresciuto sui set».
Lei, invece, è cresciuto nel quartiere di Hell’s Kitchen, a New York. Com’era da piccolo?
«Non molto bello da guardare. Ero pelle e ossa, la bocca andava da un lato e avevo anche dei difetti di pronuncia. Tra me e un bulldog, avreste trovato carino il bulldog. Mi piacevano i fumetti di Superman: una volta sono saltato giù da un tetto, pensando di poter volare. Quanto all’ambiente: a casa non c’era l’acqua calda e per divertirci giocavamo con i topi. Avrei voluto essere chiunque, tranne me stesso».
È vero che nel primo “Rocky” non la volevano?
«Cercavano una star, tipo Burt Reynolds o Robert Redford. Però non avevano soldi e poi io mi ero impuntato: l’avevo scritto e volevo interpretarlo. Alla fine è stato un film così low budget che ci portavamo da casa i vestiti. L’abbiamo girato in 28 giorni, è costato solo 900 mila dollari (I mercenari 82 milioni, ndr) e poi ha vinto l’Oscar. E io ho avuto la nomination come miglior attore e per la sceneggiatura».
Lei, però, ha fatto anche dei film orribili...
«Sì. Se volete far confessare un omicidio a qualcuno, fategli vedere Fermati o mamma spara. Confesserà tutto dopo un quarto d’ora. È stato il mio film peggiore».
Perché, che cosa era andato storto?
«Negli Anni 80 con i sequel di Rocky e Rambo sono caduto nell’autoparodia. Però ho girato anche commedie come Oscar. Un fidanzato per due figlie di John Landis. Ho fatto di tutto e, anche dopo Rambo, ho cercato di provare dell’altro: ho perfino interpretato un musical. Ma non mi volevano nei panni dell’intellettuale, ve l’ho detto: io sono come Marilyn Monroe maschio».
Ma perché ha girato “Rocky V”?
«Avidità. È stato un errore, il pubblico non voleva vedere la caduta dell’eroe. Avrei dovuto saperlo».
Qual è il segreto di una carriera così lunga?
«Non lo so nemmeno io».
A smettere ci pensa mai?
«Lo farò il giorno in cui non riuscirò più a camminare. Se gli altri dicono che sono vecchio, non significa che lo sia davvero!».
01 Settembre 2010 Bruno Lester, Jacqueline Smith




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