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Woody Allen ha 75 anni, ma non è ancora stanco. Né del cinema («Lavoro tanto proprio per non avere tempo libero»), né di quella tragedia chiamata amore

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Woody Allen entra nella stanza di buon passo. Stringe la mano ai giornalisti - cinque in totale - e, prima di sedersi, dice guardando negli occhi me e l’altra femmina presente: «Purtroppo sono raffreddato. Mi dispiace, niente baci oggi». Risate generali. Un po’ per la battuta, un po’ per il sollievo di ritrovarlo in splendida forma. È vero affetto: inutile negare che a questo genio buffo vogliamo tutti un gran bene. Ma è anche egoismo di chi ama da sempre il suo cinema e non ha potuto fare a meno di notare come, negli ultimi anni, le sue condizioni di salute siano andate di pari passo con la qualità dei suoi film. Uno su tutti: il disastroso Vicky Cristina Barcelona.
All’epoca - era il 2008 - Allen si presentò al Festival del cinema di Cannes in pessime condizioni: stanco, rallentato, affaticato nel fisico, svogliato durante le interviste. In molti (sottoscritta compresa) pensammo al peggio, a un declino ormai irreversibile, confermato da un film deludente. Due anni dopo e con un titolo finalmente all’altezza della sua fama, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (nelle sale dal 3 dicembre), è una gioia incontrare Woody Allen al traguardo dei 75 anni (li compirà il 1° dicembre e Sky Cinema Mania e MGM lo celebreranno con 10 film). Lui, rilassato e divertito, mette in scena tutto il repertorio: pessimismo, ciniche riflessioni sul senso della vita, battute sul sesso, sulla morte e sui mille, inutili tentativi che noi umani ci ostiniamo a metter in pratica nella vana speranza di allontanarla il più possibile.
“Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni” è il suo quarantacinquesimo film da regista. Nel frattempo ne ha già finito un altro, “Midnight in Paris”. Che cosa la spinge a essere ancora così produttivo e a tenere questi ritmi? Non avrebbe voglia di riposarsi un po’?
«Scherza? Io lavoro tantissimo proprio per non avere tempo libero. La mia strategia è di tenermi occupato il più possibile: suono, lavoro, guardo molto sport alla televisione. Qualsiasi cosa pur di non pensare. Se lo facessi, mi sveglierei ogni notte terrorizzato dall’idea che l’universo, prima o poi, finirà. E noi con esso. Se pensassi, non potrei fare a meno di domandarmi quale sia il senso della nostra esistenza, perché viviamo».
Vuole farmi credere che, comunque, lei una risposta al perché viviamo non se l’è ancora data?
«La mia convinzione è che non ci sia un motivo razionale che giustifichi l’esistenza. La nostra vita non è certo superiore a quella di un’ameba: arriviamo su questo pianeta, viviamo per un po’, ce ne andiamo. Eppure, se arriva qualcuno e ti punta una pistola alla tempia, tu lo implori di non ucciderti, combatti, ti ribelli. Però questa non è una decisione guidata dall’intelletto, ma solo la reazione istintiva del corpo, che è programmato per vivere. Non c’è una spiegazione: è così e basta. Se, invece, ti metti a pensare alla fine dell’universo, al giorno in cui tutte le stelle si estingueranno, be’ non è che ci sia molto da capire».
La religione non aiuta a dare risposte?
«Mi piacerebbe poter essere credente, ma la fede non è una cosa che si può imparare. Sono cresciuto in una famiglia molto religiosa e ho sempre pensato che, se avessi potuto credere nell’esistenza di qualcosa enormemente più grande dell’uomo, sarei stato più felice. Da ragazzino guardavo i miei compagni di scuola andare in sinagoga e pensavo a quanto fossero ridicoli. Ma, dentro di me, sapevo che erano molto più felici di me perché loro, almeno, credevano in qualche cosa».
E cosa ci dice della psicoterapia e della scienza? Inutili anch’esse?
«La scienza è utile, ma è limitata. Le donne non muoiono più di parto, l’aids è quasi curabile, i progressi ci sono stati. Però non risponde a domande più profonde. La psicoterapia aiuta, certo, ma, forse, l’unica soluzione è davvero credere in qualcosa di magico. Il problema, però, è che la magia è ridicola. Conosco gente di New York che si rivolge al sensitivo o alla chiromante. È una frode. La religione li ha traditi e così ora ricorrono a quelli che leggono le carte».
Prima parlava del corpo, che è programmato per vivere. Lei era destinato a fare il regista?
«No, ho cominciato perché, in occasione del primo film che scrissi (Ciao Pussycat, ndr), il regista fece un lavoro così pessimo che rovinò la mia sceneggiatura. Il film ebbe successo, ma io lo odiai. Da quel giorno mi sono detto: non farò mai più un film, se non potrò dirigerlo».
Quindi, neanche fare il regista è una soluzione alla domanda sul perché della nostra esistenza…
«Da ragazzo, quando volevo scappare, andavo al cinema. Ora faccio lo stesso, mettendomi dall’altra parte della macchina da presa. Non mi lamento: i miei amici, che fanno gli avvocati o i medici, si alzano tutte le mattine e vanno in ufficio. Io vado sul set, dove trovo Penélope Cruz e il massimo della preoccupazione sono le luci o i costumi. Ma è una fuga, nient’altro».
Il sogno di ogni attore è lavorare con lei. Eppure, non ha la fama di regista tenero. Ci vuole del masochismo per voler fare un film con lei?
«È buffo: gli attori leggono su di me che sono uno che non parla, che sono scontroso, che ho un brutto carattere. Poi, arrivano sul set il primo giorno, trascorrono con me un po’ di ore e vedo che cambiano espressione e pensano: “Ok, nessun pericolo, è innocuo”».
Ma è vero che non fa mai complimenti, che non dice mai che sono stati bravi?
«E perché dovrei? Li ho assunti, li pago, è ovvio che penso che siano bravi. Se fanno qualcosa di sbagliato glielo dico, ma, in genere, li lascio liberi e, soprattutto, non parlo con loro fuori dal set. Non ci vado a pranzo: preferisco che la nostra relazione resti professionale».
Le recensioni le legge? Le interessa sapere cosa scrivono di lei e dei suoi film?
«No, non lo faccio. Se un giorno leggi che sei un genio e quello dopo che sei un cretino, finisce che ti paralizzi e, quando scrivi, lo fai con addosso la paura del giudizio altrui. Io, invece, scrivo, giro il film e poi basta. Archiviato, non lo guardo neanche più».
Un uomo, una donna, l’amore, la difficoltà delle relazioni: è sempre questo ciò che le interessa raccontare nei suoi film, da “Io e Annie” fino a oggi?
«È tutto quello che abbiamo, dai tempi di Sofocle nulla è cambiato. I problemi politici e sociali mutano, migliorano, si evolvono, ma quelli personali sono sempre gli stessi. Dico le stesse cose che raccontava Shakespeare: be’, certo, lui lo faceva meglio di me, ma la sostanza è quella. La cosa più difficile per l’essere umano è ancora trovare qualcuno con cui avere una relazione stabile e che duri tutta la vita».
L’ultima volta che lei ha recitato in un suo film è stato nel 2006, in “Scoop”. Pensa di farlo ancora? O fare l’attore non le interessa più?
«Mi piacerebbe, ma purtroppo sono troppo vecchio. Il mio ruolo è, ormai, quello dell’anziano signore dietro alla macchina da presa. Non sa quanto invidio gli attori, quanto vorrei essere al loro posto: essere io quello che porta a cena le belle donne, le seduce e racconta loro un sacco di balle».
Se potesse farlo, le piacerebbe rinascere?
«No, grazie. Uno non sa mai sotto che forma può ritornare: e se rinasco nazista?».
E se avesse la garanzia di rinascere come Scarlett Johansson?
«Se avessi la garanzia di rinascere dentro la camera da letto di Scarlett Johansson... be’, allora, sì».
30 Novembre 2010 Simona Siri




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