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Dopo Avatar, l'attrice sogna un ruolo tratto da Jane Austen. Intanto recita senza controfigure in film in cui è (quasi) l’unica ragazza: «Ma se non ci fossimo noi a salvare il mondo...»

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La nuova “it girl” di Hollywood è una a cui piace stare coi maschi. Capita spesso che Zoë Saldana, la principessa blu di Avatar, vada a finire su set in cui è praticamente l’unica ragazza, o quasi. A chi glielo fa notare, risponde: «Lo adoro! Lavorare con gli uomini mi fa sentire sexy». E lei lo è: sottilissima, bravissima nel mostrare espressioni da bimba, racconta che da piccola voleva diventare ballerina classica, ma poi rimaneva incollata alla tv davanti ad Alien e a Terminator. Perché? «Mi piacciono le parti di donne in posizione di potere perché di femmine in pericolo ce ne sono già in giro abbastanza».
Ora, può darsi che si tratti solo di promozione del suo ultimo film (un action movie, The Losers, che esce il 23 luglio e in cui lei spara parecchio). Ma Zoë, 32 anni appena compiuti - nata in New Jersey e cresciuta un po’ nel Queens e un po’ nei Caraibi - è una che non si scompone se la scambiano per l’attrice Thandie Newton e se le chiedono - un’altra volta - come l’ha presa quando Vanity Fair Usa non l’ha scelta per la copertina dedicata alle attrici emergenti (quelle selezionate erano solo bianche): «È successa la stessa cosa con Obama. E, alla fine, ce l’ha fatta. Gli Stati Uniti sono come una famiglia disfunzionale: non sempre tutto fila liscio ma è pur sempre la tua famiglia». Certo, dopo aver recitato in film come l’ultimo Star Trek, La maledizione della prima luna con Johnny Depp, The Terminal con Tom Hanks e quel successo epocale chiamato Avatar, adesso è ora di capitalizzare ed evitare scivoloni. Come? Zoë, diventata testimonial dell’intimo Calvin Klein e del profumo Eternal Magic di Avon, ora ci prova con quattro film: oltre a The Losers, la vedremo in un poliziesco con Matt Dillon (Takers), in un dramma ambientato a Los Angeles (Burning Palms) e in Death of a funeral di Neil LaBute. Tanto, il sequel di Star Trek è lì che l’aspetta...
Come mai recita così spesso in film in cui è praticamente l’unica donna?
«Non lo so. Ne farei uno tratto dai romanzi di Jane Austen oggi stesso, se capitasse. Però i ruoli da dura, che, di solito, sono roba da maschi danno libertà e portano fuori dai soliti schemi».
Non è una scocciatura lavorare con troppi uomini?
«Sono di New York, conosco gli ambienti difficili. E sono anche mezza portoricana, come mia madre. Mi piacciono le ragazze un po’ androgine che sopravvivono ovunque si trovino, quelle che combattono gli alieni e, magari, anche quelle che li baciano».
Dicono che lei e Sam Worthington, sul set di “Avatar”, vi sfogavate su un pungiball. Eravate nervosi?
«Volevamo scaricarci. Sam è un fuoco d’artificio e io sono una con cui non è sempre facile lavorare. Tirare qualche pugno ci è servito».
Qual è stato il suo primo modello di donna?
«Mia madre. Ha cresciuto tre figlie da sola, vivendo in un Paese, gli Stati Uniti, che non era il suo. È una donna incredibile. E poi stimo molto Hillary Clinton».
Hillary quale? La first lady o il Segretario di stato?
«Hillary... sempre. Vogliamo parlare di come questa donna abbia saputo comportarsi quando suo marito, uno degli uomini più potenti del mondo, si è messo a flirtare con una ragazza in ufficio? Ammiro come sia riuscita a tenere lo sguardo diritto, mentre chissà che cosa stava provando. Per me è abbastanza per avere fiducia in lei. Magari, un giorno, diventerà presidente».
È vero che oggi, nei casting, certe attrici vengono definite“tradizionali”, intendendo così che hanno la pelle bianca?
«Sì, è un nuovo vocabolo ipocrita per non dire che io, per esempio, sono troppo scura per un certo ruolo. Con madre portoricana e padre dominicano sono una “latina” al cento per cento».
Perché per tutti gli inseguimenti e le risse sul set di “The Losers” non ha voluto controfigure?
«Prima di tutto perché è un film tratto da una graphic novel di Andy Diggle e interpreto un personaggio che mi piace moltissimo. Aisha è un’agente tostissima, una che non sai mai che cosa nasconde e che non scende mai a compromessi con la sua parte maschile. Alla fine ero esausta, ma ho voluto fare da sola, anche se, in alcune scene, mi sono chiesta se tutte quelle acrobazie mi avrebbero causato qualche danno permanente. Per fortuna, a coordinare gli stunt, c’era Garrett Warren, che mi aveva allenato per Avatar: nessuno meglio di lui sa che cosa può fare - o no - il mio corpo».
La prossima volta userà una controfigura?
«Non riesco a concepire che per un attore reciti qualcun altro. Imparerò... Stavolta ho messo su anche un paio di chili per essere in grado di tenere in braccio tutte quelle armi tante ore al giorno: pesano un sacco! Lo sforzo fisico, comunque, mi è sempre piaciuto».
È vero, però, che ha lasciato la danza perché era una disciplina troppo impegnativa?
«È che, se vuoi fare l’étoile, nella tua vita ci deve essere poco altro. Ho fatto danza classica per 11 anni, poi la mia famiglia si è trasferita dal Queens alla Repubblica Dominicana, quando siamo tornati a New York, a 16 anni, non volevo più continuare. Mia madre mi ha concesso un anno sabbatico, me ne sono presi due, e poi le ho detto il mio piano: “Che cosa ne diresti se facessi l’attrice?”. Così ho cominciato con i provini per le pubblicità e con piccole recite a teatro. Infine, Law & Order in tv: un sacco di giovani attori passano per quella serie».
Si ricorda il primo film che ha visto al cinema?
«Purple rain di Prince. Avevo sei anni».
Quando è cresciuta, quali attori le piacevano?
«Matthew Modine e Mickey Rourke».
E le donne?
«Sigourney Weaver, Jane Fonda e Whoopi Goldberg. Oggi mi piace Angelina Jolie».
La passione per la fantascienza da dove le viene?
«Quei film sono sempre stati “avanti”. In Dune, Alien, Blade runner, Terminator ci sono ruoli femminili pazzeschi: lì sono le donne che salvano il mondo. Anche Star Trek, negli Anni 60, era lungimirante: quelle ciglia, quei capelli, le minigonne. Quando ero piccola, mia mamma e mia nonna lo guardavano sempre e io stavo sul divano con loro, solo che ai Caraibi si chiamava Viaje a las estrellas. Un po’ mi dispiace essere nata in un’epoca che non mi permetterà di vedere la tecnologia applicata ai massimi livelli. Vorrei guidare un’auto che decolla: un giorno noi umani non avremo più paura di muoverci ad alta quota».
Oggi, invece, qual è il suo gadget hi-tech preferito?
«Il cellulare. Ormai puoi anche scoprire se uno tradisce semplicemente chiamandolo».
È vero che si sposerà presto con Keith Britton (attore conosciuto, nel 2004, sul set di “Haven”, ndr)?
«Vedremo, stiamo insieme da cinque anni».
In “The Losers” la vedremo in una scena di sesso bollente con Jeffrey Dean Morgan. Come è andata?
«È la solita storia: devi solo pregare che il tuo partner sia professionale, attraente e... con un buon odore. Jeffrey è un gentiluomo, per fortuna. Sono scene scomode, ci sono moltissimi riflettori, sudi, sei quasi - o del tutto - nuda e c’è il regista che ti chiede di baciare con un’angolatura impossibile perché, in quel modo, la luce è migliore. Allora tu ti contorci, devi scuotere i capelli e fingere un orgasmo... Comunque, se lavori con un buon regista e un attore sensibile tutto diventa come una normale giornata di lavoro».
Lei produrrà mai una storia?
«Sì, è tratta da Lucy, un romanzo della mia scrittrice preferita, Jamaica Kincaid. È ambientata negli Anni 60 e racconta di una ragazza che lascia i Caraibi e va a lavorare in una famiglia di New York, tra flower power, musica e diritti civili. Incrociamo le dita...».
21 Luglio 2010 Lily Rogers, Jacqueline Smith
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