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Marina Abramovic: «La mia arte ha i vostri occhi»
Può rinunciare a tutto (lo ha fatto con la sua vita privata), ma non a scuotere il pubblico. Marina Abramovic (che rilegge in un film le grandi performance del passato) pensa che la creatività sia sacrificio

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Roger Kisby
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Quando Marina Abramovic è entrata qualche settimana fa nell’Aula Magna di Santa Lucia, a Bologna, il silenzio calato fra il pubblico ha dato una misura della grandezza di Lady Performance. A portarla qui, il critico Renato Barilli, che la invitò a Bologna negli Anni 70, per un’opera d’arte “vivente” in cui lei e il suo assistente Ulay erano nudi all’ingresso di una galleria, a costituire una specie di porta umana che il pubblico era costretto ad attraversare e sfiorare (l’idea costò all’artista il ritiro del passaporto). Quelli erano anni difficili, in cui Marina era sconosciuta e senza fissa dimora (di fatto abitava in macchina...): i 50 dollari del compenso per la performance sarebbero dovuti bastare a sopravvivere per almeno due mesi. Oggi Marina Abramovic, che la scorsa primavera a New York, con l’opera The artist is present, ha fatto sedere davanti a sé, per 10 ore al giorno, 1.500 persone (scatenando in loro le reazioni più impensate, dalle lacrime allo stato d’ipnosi), ribadisce che la sua vita è rimasta semplice, nonostante il successo. In un inglese che si mescola con l’italiano ci racconta il suo ultimo lavoro, un film di 95 minuti, Seven easy pieces, in cui reinterpreta performance famose di artisti degli Anni 60 e 70 (Joseph Beuys, Vito Acconci, Gina Pane, Bruce Nauman, Valie Export) più una rilettura di alcuni suoi lavori. L’occasione dunque si presta ai bilanci. E introduce nuove sfide. Abramovic si sente come un pianista che esegue opere di altri compositori, che “suona” con il proprio corpo la musica altrui.
Marina, se dovesse scrivere la sua storia e quella del suo successo come la inizierebbe?
«C’era una volta una ragazza molto fragile e insicura, che si sentiva abbandonata e non amata… Leggeva poesie, ascoltava musica e sognava il mondo che un giorno avrebbe potuto, finalmente, esplorare».In una delle sue performance più famose, “Art must be beautiful”, si pettina fino a farsi sanguinare. Che legame c’è tra la bellezza, l’arte e la sofferenza?
«Quel lavoro era, in effetti, un’indagine sulla bellezza per dimostrare che non è l’unica componente presente nell’arte. Un’opera è molto più complessa e ha diversi livelli di lettura. Consiste sempre nel lanciare una provocazione, nel dare nuove consapevolezze sia al performer sia al pubblico che assiste. Bellezza e sofferenza sono concetti indissolubili».Nella maggior parte dei suoi lavori lei usa il corpo. L’intento è mettere alla prova se stessa e le sue sensazioni o dare un valore astratto alla fisicità?
«Quando faccio arte io “esco” da me stessa e divento un essere universale. Il mio corpo è una metafora nella quale il pubblico possa proiettare le proprie sensazioni».Che significato ha il dolore nei suoi lavori?
«Pensi solo alla cultura italiana, basata sul cattolicesimo, a sua volta collegato alla sofferenza e al senso di colpa... Nei miei lavori non metto la mia storia personale, ma mi interessa investigare il disagio fisico e mentale, per scoprire come possiamo controllarli e liberarcene. Uso, cioè, la performance come se fosse uno strumento per inscenare i momenti duri e difficili che siamo costretti a vivere per evolverci. È un processo simile ai rituali e alle cerimonie di iniziazione nelle culture antiche».Durante le sue kermesse si creano spesso situazioni di pericolo, nelle quali il suo “pubblico” è costretto a intervenire per proteggerla e salvarla...
«Sono momenti che costruisco apposta: il pubblico può decidere come partecipare. In alcuni casi mi sono resa conto che queste “interazioni” possono rivelarsi più pericolose del previsto. C’è chi mi bacia, ma anche chi si rivela aggressivo e violento e chi, invece, mi vuole proteggere. Non sempre è chiaro come andrà a finire».Che tipo di persona è, realmente, un artista?
«Un essere umano molto solo, che deve sacrificare la sua intera vita privata al fine di creare un’opera. E più grande è il sacrificio, maggiori sono i risultati che ottiene».Come vive Marina Abramovic nel quotidiano?
«In modo normale. Mi sveglio presto al mattino, mangio yogurt, frutta e bevo tè nero. Poi lavoro, rispondendo alle mail e facendo interviste. E di sera provo a leggere o a vedere gli amici. Ora sto preparando uno spettacolo di Bob Wilson, con Antony Hegarty e Willem Dafoe, che verrà presentato questa estate al Manchester International Festival con altre grandi performance».Il critico Renato Barilli ha ricordato l’episodio di tanti anni fa, quando una sua esibizione era stata sospesa e le avevano ritirato il passaporto perché la galleria “non avrebbe avuto la licenza di mostrare il nudo vivente”. Che valore ha oggi, invece, il corpo nudo?
«La relazione con il corpo è cambiata. Però dipende dal Paese in cui ci troviamo. E le differenze sono significative anche in Occidente. In America il nudo è rifiutato, in Svezia o in Olanda non è un problema. La nudità in Italia è invece molto più legata alla pornografia che all’arte...».Ritornando a “Seven easy pieces”, lei accetterebbe che un altro artista interpretasse una sua opera?
«Per me è importante che una performance viva. È una forma d’arte che deve essere “ripetibile” per avere significato. Ma è anche fondamentale che l’artista chieda il permesso di replicare. Io lo faccio sempre. E sono molto aperta con chi lo chiede a me».23 Marzo 2011 Chiara Zocchi
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