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Cantautore “impegnato”, professore di greco e, ormai, anche scrittore. Roberto Vecchioni vincendo Sanremo ha sorpreso tutti. Poi ha preso in contropiede anche noi. Ci aspettavamo un ospite serissimo e ci siamo trovate davanti un uomo capace di tutto

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Luci a Segrate... Oggi arriva Roberto Vecchioni. Le colleghe più giovani lo conoscevano solo di nome, ma con la vittoria all’ultimo festival di Sanremo, l’hanno (ri)scoperto. Altre di noi, compresa la sottoscritta, che già amavano molte delle sue canzoni, sono rimaste più che sorprese dal successo di pubblico all’Ariston. Tutte ci siamo accorte che eravamo in buona compagnia: il primo a essere incredulo era proprio lui. Quando lo accompagno verso la sala rotonda, dove lo attende il direttore di «Grazia» con la redazione al completo, Vecchioni mi dice: «Non mi sono più fermato un minuto da quella sera (la finale del festival, ndr). Mi sembra tutto così strano». Ma come? Lei è sulla scena da più di 30 anni, e ancora si stupisce? A giudicare dal suo sguardo e dalle cose che ci ha raccontato, pare proprio di sì. Per Vecchioni, il Professore, come lo chiamano i colleghi cantanti, è cominciata una nuova stagione. Ed è qui per raccontarcela.
Ha dedicato il premio alle donne. Un impulso del cuore?
«No. La donna è il futuro. Il passato, in mano agli uomini, è stato un guaio. Ma c’è una ragione storica e antropologica: l’istinto di sopraffazione, di conquista, fa parte dell’identità maschile insieme alla tendenza a fregare l’altro. Perché l’uomo è un frustrato da sempre».
E noi, invece, saremmo realizzate...
«Certo. È un fatto naturale. Perché la donna crea, può diventare madre».
Be’ anche voi, in quella circostanza, avete il vostro ruolo.
«Sì, un secondo su nove mesi». (Scatta la risata generale. «Vera, Vecchioni è più femminista di te!», diciamo in coro al direttore). «Io mi sono accorto subito, appena nato, che c’era qualcosa che non andava: da una parte c’era la mamma, buona, che mi dava da mangiare. Dall’altra mio padre, un “carciofo” che si prendeva tutti i meriti».
Povero babbo. Lei gli ha anche dedicato una canzone, “L’uomo che si gioca il cielo a dadi”.
«Adoro mio padre, ma le cose stanno così. Le donne lavorano tre volte rispetto a un uomo e voi lo sapete molto bene».
Squilla il suo cellulare. È qualcuno da casa. Ha problemi con l’auto. Lui rassicura: «Vai al garage, se te la danno, bene, altrimenti chiamami». E poi, rivolto a noi: «Vedete che gli uomini servono sempre?».
La sua addetta stampa interviene: «Uno si immagina una vita da rockstar. E invece...».
Vecchioni spiega: «Chi prende l’auto deve avere la mia autorizzazione, sennò il garagista non gliela lascia. Adoro mia moglie, ma non alla guida. Per il resto è lei che mi critica e mi sgrida. Lo ha fatto anche stamattina, perché non trovo mai niente, perdo tutto... Dice che anche i mariti delle sue amiche sono come me...».
Se vuole, la chiamiamo noi per darle un po’ di conforto...
«Sapete che c’è una ragione antropologica e ancestrale in tutto questo?».
Davvero, professore?
«L’uomo è cacciatore, è abituato a guardare lontano. La donna, destinata al focolare domestico, è più ordinata».
E per le disordinate che spiegazione c’è?
«Quelle sono anomalie genetiche, lascia stare», risponde il direttore al posto di Vecchioni.
Ci racconti di Sanremo...
«È stato come andare in un posto in cui non conoscevo nessuno».
Ma come? Lei frequenta il mondo della musica fin dagli Anni 70...
«Be’, non il jet set della musica leggera. Sono abituato al mio pubblico, alla rassegna Tenco. Anche ai premi, ma quelli della critica, che non valgono un tubo. È un altro mondo e io avevo paura».
Di che cosa?
«Ai miei concerti, dopo pochi minuti, il teatro diventa una fornace di emozioni. Ma in tv, o durante le manifestazioni dove cantano in 20 o in 30, non succede. Temevo che il mio presentarmi su quel palco fosse preso per una semplice performance. Invece, per me, quella canzone era importantissima».
Perché?
«Chiamami ancora amore è il riassunto di cose che avevo già scritto, ma in questo momento, esprime insoddisfazione e indignazione».
È il suo manifesto?
«Ho fatto di tutto per rendere semplice il messaggio, è stato un lavoro lungo. Volevo che arrivasse al maggior numero di persone».
Le avranno chiesto tutti chi è il “bastardo che sta sempre al sole”...
«Sì. A un certo punto ho detto che era un bagnino di Viareggio, o forse il figlio naturale di Mubarak. Non volevo che la mia canzone fosse presa per un inno politico, pur essendolo, in parte. Volevo che fosse per tutti. Ci sono persone di destra molto per bene».
E persone di sinistra un po’ mascalzone... Se non altro snob, come ha detto lei.
«Certo. Il fatto che io sia andato a Sanremo non è piaciuto tanto. Ancora meno che io sia andato a Ballando con le stelle. Sono stato anche alla finale di Amici per ribadire il concetto. Alcuni mi hanno addirittura rivalutato. Mio figlio, prima, diceva: “Che cosa ci vai a fare a Sanremo? Che cosa dico ai miei amici?”. Quando ho vinto, però, era felice. Come gli altri tre».
È vero che ha scritto il testo della canzone su una tenda?
«Sì. Ero rientrato da una serata in allegria con mia moglie. Stavamo in hotel, non avevo un bloc notes con me e non volevo certo scrivere sulla carta igienica».
Il direttore, allora, si alza e prende un quaderno con il logo di «Grazia» e glielo regala. «Ecco, magari il prossimo capolavoro lo scriva qui, così si ricorderà di noi».
Scrive spesso dove capita?
«Assolutamente, sì. Credo sia tipico di tutti i poetastri come me».
Poetastro? Poeta!
«No, poetastro. Che è sempre meglio di poetucolo».
Le piace giocare con le parole, eh? Le ha amate sia nelle canzoni sia nei libri. È stato professore a lungo...
«Ho insegnato 37 anni al liceo e 10 all’università».
Ma chi gliel’ha fatto fare? Era un cantautore affermato, perché ha continuato ad andare a scuola?
«Per l’amore che ho sempre avuto per il greco e il latino. Mi piace scoprire cose nuove e farle amare ai ragazzi. Ci sono anche momenti noiosissimi: Senofonte o Cesare, per dire. Ora, da quattro anni, insegno all’università di Pavia, ma ho lavorato anche alle scuole serali. Mi piace vedere le persone illuminarsi e dire: “Ah, questa cosa non la sapevo...”».
Forse, le piace emozionare.
«Avete ragione. Però, nelle canzoni racconto di me. Quando insegno, parlo di altri».
C’è una canzone che avrebbe voluto scrivere lei?
«Tante. Incontro di Francesco Guccini. La donna cannone, di Francesco De Gregori. Poi mi piace Povera patria di Franco Battiato, ma anche Vacanze romane, Io che non vivo e Perdere l’amore».
Nel suo ultimo disco, duetta anche con Ornella Vanoni, ma lei non è nuovo alle collaborazioni. Ha scritto testi per Patty Pravo, Anna Oxa, Gigliola Cinquetti...
«Sempre donne. Che volete? Mi trovo benissimo. Agli inizi, ho scritto per Gianna Nannini, Latin lover e America (parte un’ovazione, ndr). Era lei che mi proponeva una musica molto rock, ci voleva un testo adatto. Oggi è diventata più melodica, ma è sempre bravissima. Mi ha mandato dei messaggi durante Sanremo. E anche Jovanotti, Zucchero e Biagio Antonacci l’hanno fatto».
Ha molti amici nell’ambiente?
«Tanti colleghi cantautori. E ora anche Albano. Mi ripete sempre: “Professo’, vieni un mese in Puglia da me!”».
Sapeva di essere così amato?
«L’ho scoperto al festival, ma ci sono anche quelli che non mi hanno mai capito. Per esempio c’è ancora qualcuno che non conosce il senso di Samarcanda. L’altro giorno in un programma tv, un tizio parlava con Adriano Panatta e diceva: “Non dimentichiamoci che Vecchioni ha scritto “Oh, oh, cavallo”. E Panatta: “Guarda che quella era una canzone sulla morte”. E Panatta non è Thomas Hobbes...».
Altre conseguenze dell’effetto Sanremo.
«Ha colpito anche i miei figli. Mi chiedono, “Sarai ancora come prima?”. La più grande, Francesca, è molto protettiva. L’altro giorno le ho fatto uno scherzo. Le ho detto che il principe di Monaco mi aveva invitato per farmi cittadino onorario e che la cerimonia sarebbe avvenuta durante il grande circo di Monte Carlo. Io avrei dovuto cantare nella gabbia dei leoni. E lei: “Sei sicuro? Vuoi che venga con te?”. Ci è caduta in pieno. Ma dopo Sanremo, vale tutto!».
15 Marzo 2011 Alessia Ercolini




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