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La forza di Andrea Osvart è sempre stata nel suo look semplice e regale (in molti la paragonano a Grace Kelly). Ma, per il lieto fine, non ha bisogno di nessuno: «Tantomeno di un principe azzurro»

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Ha lasciato Budapest sette anni fa per venire in Italia a lavorare come modella. Ad aspettarla, però, non c’erano un’agenzia, un contratto o un set fotografico, ma un manager invaghito di lei e le false promesse che molte ragazze dell’Est conoscono bene. L’inizio della carriera di Andrea Osvart, attrice dalla bellezza tanto elegante da essere paragonata a Grace Kelly (è tra le candidate per interpretare la principessa di Monaco in una fiction in due puntate di RaiUno) è cominciata così, un po’ da Cenerentola, ma poi è andata straordinariamente bene. «E senza il bisogno di un principe azzurro che venisse a salvarmi», sottolinea lei. In cinque anni ha girato 20 film (da Spy Game, con Robert Redford e Brad Pitt, a Duplicity, con Clive Owen e Julia Roberts), varie fiction tv (da Sissi a La donna della domenica) e, forse, la ricordate anche sul palco del Festival di Sanremo, nel 2008, accanto a Pippo Baudo.
Ci incontriamo in un ristorante di via Veneto, a Roma, per parlare del suo ultimo lavoro, La fine è il mio inizio di Jo Baier, tratto dall’omonimo romanzo postumo di Tiziano Terzani, il suo testamento spirituale. Il film uscirà nelle sale il 1° aprile e sarà accompagnato dalla mostra Tiziano Terzani: clic! 30 anni d’Asia (fino al 29 maggio a Palazzo Incontro di via dei Prefetti a Roma). Nel cast, Bruno Ganz interpreta il grande giornalista e scrittore, Elio Germano è il primogenito Folco, mentre Andrea ha il ruolo di Saskia, la figlia minore.
Ha conosciuto personalmente Saskia Terzani?
«Sì, è bellissima, come un angelo. Vive a Londra, ci teniamo in contatto su Facebook. Mentre Folco ha seguito le orme del padre, così slegato dalla cultura occidentale e dal consumismo, Saskia ha fatto una scelta diametralmente opposta: lavora nel campo della moda».
Lei viene da un Paese dell’Est, ma vive da anni in Italia: come si trova?
«A volte faccio fatica a convivere con la vostra mentalità. Guardi: abbiamo ordinato una bottiglia d’acqua mezz’ora fa e ancora non ce l’hanno portata».
Eppure si è laureata in letteratura italiana con una tesi su Elsa Morante. Pensavo amasse il nostro Paese…
«Sì, quando ancora non lo conoscevo bene! A parte gli scherzi, l’Italia è aperta nei confronti degli stranieri e mi ha dato moltissimo. Il Festival di Sanremo, per esempio, è stato una grande lezione. Anche se non era nelle mie corde, perché non amo né la mondanità né il lusso».
Non le piacciono i vestiti e lo shopping?
«Per niente. Se mi serve un abito per un’occasione particolare, me lo faccio prestare. Sono un’anticonsumista convinta: se si rompe qualcosa, lo porto ad aggiustare. Anche se costerebbe meno comprarlo nuovo».
Ed è anche una stakanovista, a giudicare dal suo curriculum.
«Perché so quanto mi è costato realizzare il sogno di quando ero bambina, fare l’attrice. E sono l’unica della mia famiglia economicamente indipendente. Mia mamma e il mio patrigno vivono in un piccolo villaggio, mio fratello è disoccupato, mia sorella fa la giornalista e ha uno stipendio decente, ma la vita in Ungheria è comunque dura».
Con suo padre (se n’è andato di casa quando Andrea aveva quattro anni, ndr) non ha più rapporti?
«Molto formali. Ha tradito mia madre e ha scelto di crescere altri figli: mi sono sempre sentita abbandonata. Ma, dopo tanti anni, lo scorso Natale ho deciso che volevo conoscere anche il suo punto di vista. Ho capito che non è stato facile neanche per lui. Forse un po’ sono guarita».
Lei è arrivata in Italia per un servizio di moda che, in realtà, non esisteva. Una brutta avventura, per fortuna finita bene. Com’è andata?
«Sono stata contattata da un manager italiano e, quando sono arrivata, lui mi ha confessato che non era vero niente, che aveva perso la testa per me da quando mi aveva visto posare per un servizio fotografico a Budapest. Mi ha detto che voleva aiutarmi, provvedere a me e poi… si è messo a piangere».
A quel punto, che cosa ha fatto?
«Ho chiesto aiuto all’Accademia d’Ungheria: mi hanno ospitato qualche giorno alcuni miei compagni di università che si trovavano qui con una borsa di studio. Poi, sono stata tre settimane dalle suore: non volevo tornare a casa sconfitta. Volevo, e voglio ancora, dimostrare che in questo lavoro una donna può arrivare al successo senza andare a letto con qualcuno».
La vive come una sfida?
«Direi una scelta razionale, convinta. Io vedo gli sguardi quando si presenta a un casting la raccomandata di turno... Se anche hai delle capacità, un talento, non se ne accorgerà più nessuno. Tanto vale cambiare lavoro».
E se si innamorasse di un produttore?
«Potrebbe succedere, ma non lavorerei mai con lui».
In amore, pensa con il cuore o con la testa?
«Se usassi la testa, sceglierei un bravo ragazzo che mi ama e che non vede l’ora di prendersi cura di me. Essere razionali è più comodo».
I capelli cortissimi sono diventati un suo tratto distintivo. Quando ha deciso che questo sarebbe stato il suo look?
«Li ho sempre avuti sottili, mia madre me li tagliava per rinforzarli e io soffrivo: una storia comune a tante ragazze. Da grande, l’ho fatta diventare una mia scelta, un punto di forza: quando lavoravo come modella, questo look fuori dagli schemi mi ha reso 30 spot in tre anni. Niente male».
Che cosa direbbe come prima cosa per definire se stessa?
«Sono ungherese».
E quali sarebbero i tratti distintivi degli ungheresi?
«La fierezza, la dignità, l’orgoglio».
29 Marzo 2011 Simona Coppa




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