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Claudio Santamaria farà il duro in un action movie nella giungla, ha recitato in teatro seminudo per un’intera stagione e scommette di sedurci solo con la voce in un audiolibro. Niente male per uno che si confessa un grande timido

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Claudio Santamaria è davvero discreto, schivo. Alla voce “biografia” del suo sito ufficiale, al di là di apprendere che è nato a Roma, cresciuto nel quartiere Prati e che ha frequentato il liceo artistico, non caverete nessun’altra informazione. E neppure da lui, che si limita a confermare o negare quelle poche briciole di “privato” che siete riusciti a raccattare. Sposato? Una figlia di quanti anni? «Sposato no, una figlia sì, di due anni e otto mesi». Risposte secche, dirette, insomma. Non gli va che le persone curiosino nella sua vita: «Voglio che le cose si sappiano da me. E, comunque, mi rivelo solo a chi voglio: c’è chi si lascia fotografare con i figli, magari solo per non essere sempre tallonato dai paparazzi. Va benissimo, ma non fa per me». In tempi di sovraesposizione di star non si può che essere d’accordo con lui. Che star, invece, lo è. Le ammiratrici (pazze di lui per averlo visto al cinema e in tv) hanno riempito le sale dove, fino a poche settimane fa, Santamaria ha recitato La notte poco prima della foresta, diretto da Juan Diego Puerta Lopez. Claudio in scena era solo, con un cappottone buttato sul torso nudo, tra calcinacci e scheletri di ferro arrugginiti. Parlava, sognava, implorava, imprecava, svelava i dolori di un giovane, forse straniero, sicuramente estraneo al mondo e alla civiltà dove aveva sperato di poter condurre una vita dignitosa. Fuori dai teatri, le ragazze lo aspettavano in fila con la fotocamera del cellulare pronta. Lui le ha sempre lasciate fare, ha risposto a tutte con voce gentile e profonda. La stessa che ora potete ritrovare in La camera azzurra di Georges Simenon (Emons), l’audiolibro appena uscito in questi giorni. Mentre si attende in autunno 600 chili di oro puro, un action movie di Eric Besnard, girato nella Guyana francese, dove Santamaria è un avventuriero senza scrupoli e con un ruolo molto “fisico”.
Lei fa parte di una generazione di giovani attori impegnati e che piacciono molto. Lo sa che a teatro molte ragazze sono venute a vederla a prescindere da quello che recitava?
«Nessun problema. Se qualcuno che non conosceva Koltés, anche una sola persona a sera, è rimasto toccato dal testo e se ne è andato pensando che il teatro è qualcosa di emozionante, mi fa lo stesso molto piacere. Sono stato a vedere Kim (Rossi Stuart, ndr) nell’Amleto. Fuori c’erano grida di ragazzine come ai concerti rock: è normale, altrimenti meglio cambiare lavoro».
Che cosa le è piaciuto di un autore icona della cultura gay come Bernard-Marie Koltés?
«Prima di tutto questo testo non ha niente di gay. E poi, nonostante sia stato scritto più di 30 anni fa, sembra di oggi. Avevo voglia di tornare in teatro con un monologo, cosa che non avevo mai fatto. È un testo “funambolico” (e questo mi attira sempre) e ha un messaggio politico molto forte: l’impossibilità del protagonista di guardare in faccia i suoi nemici reali, di esprimere le sue idee, di avere uno spazio per sé in un mondo dove tutti gli spazi sono stati presi da quello che definisce un “piccolo clan di bastardi” invisibili. È un pensiero che condivido, altrimenti non l’avrei fatto».
Con i suoi personaggi più famosi, da Dandi di “Romanzo Criminale” a Perrone di “Fine pena mai”, cosa ha in comune?
«In Romanzo criminale sentivo la visione totale dell’opera, dove si raccontava un periodo molto oscuro, la mescolanza tra stato, servizi segreti e criminali comuni. In Fine pena mai, che racconta la Puglia violata dalla mafia, mi interessava il personaggio così diverso da quelli che avevo interpretato. Avevo appena finito di essere Rino Gaetano (la fiction di Raiuno, ndr), ero magrissimo e ho dovuto fare una dieta al contrario, ingrassare, andare in palestra...».
A proposito di Rino Gaetano, è appassionato di musica?
«Suono la chitarra e ho imparato a suonare la tromba per il film di Avati Ma quando arrivano le ragazze? Avevo posto, come condizione, per interpretare Rino, di cantare io le sue canzoni, cosa che non era prevista. Per me era normale: l’attore che fa un cantante deve saper cantare... O no?».
In “Baciami ancora” ritroviamo i personaggi di “L’ultimo bacio”, ma da quarantenni. Lei, però, 40 anni non li ha ancora: come ci si è ritrovato?
«In effetti, io sono sempre indietro di 5 anni... È stato interessante riprendere il film, anche se molto pesante. Questa volta ho lavorato in assoluta tranquillità, mentre 10 anni fa ero molto più teso. È stato divertente ritrovare gli altri, siamo un gruppo di amici, oltre che colleghi affiatati».
Su un sito abbiamo trovato diverse definizioni e apprezzamenti che la riguardano. Uno per tutti: “Claudio ha il sex appeal da strafottente outsider”. Che effetto le fa?
«Mi imbarazza... Però mi fa anche piacere. Sex appeal da outsider... Ma che vuol dire? Io guardandomi allo specchio non vedo niente. Strafottente? Forse, a volte».
Mettiamo idealmente sul podio i tre personaggi che ha più amato. E che rifarebbe anche gratis.
«Be’, Rino lo metto, diciamo, piazzato. Poi Peterone, di Ecco fatto, di Muccino: biondo, con l’orecchino, sempre “fatto” di canne, una specie di filosofo pluribocciato. Mi sono divertito molto a costruirlo. Un altro personaggio su cui vorrei rimettere le mani è Penthotal di Paz!, mi piace davvero. Non mi sentivo adatto per quel ruolo, poi sono riuscito a utilizzare questa mia “diffidenza” a vantaggio del personaggio, perché anche lui si sente inadatto al mondo».
Prima è dimagrito poi è ingrassato... Ora è in una forma fisica fantastica. E a teatro si è visto. Che cosa fa?
«Fare spettacoli asciuga: sul palco io posso perdere anche un chilo e mezzo a sera. E prima, per scaldarmi, faccio qualche addominale. Ma non voglio un corpo da palestra. Di solito faccio anche capoeira, che ho iniziato in Brasile, quando giravo La terra degli uomini rossi di Marco Bechis».
Che rapporto ha con la moda? La sua compagna è Delfina Fendi Delettrez, responsabile dei gioielli della maison...
«Non è un mondo che frequento. Considero la moda una cosa divertente, ma non necessaria».
Ho capito bene?
«Uno deve trovare quei due o tre vestiti che gli stanno bene, che siano di qualità. Mi piacciono le cose che durano nel tempo, non dover aspettare la nuova collezione per avere il nuovo colore. D’altra parte, però, so bene che la creazione di una linea sottende un pensiero, costruisce un mondo. Quello che nella moda mi affascina di più è il gioco di ruoli da interpretare con gli abiti. A una sfilata maschile di Fendi c’erano i modelli vestiti come manager con delle borse di metallo specchiato, come lame di spada. In una di Miu Miu ho visto donne esili, vestite in maniera delicata, ma con scarpe dalle suole enormi e borchie: mi ha dato l’idea del mondo come di un luogo non troppo tranquillo per camminare».
L’attrice che vorrebbe avere come partner?
«Mi sarebbe piaciuto stare su un set con Anna Magnani, guardarla. Lavorarci non so, mi sa che mi avrebbe mangiato vivo già al primo ciak. Ammiro, poi, Tilda Swinton. E tra le italiane, Valeria Bruni Tedeschi. Ha una grazia profonda, innata e straordinaria».
Il regista con cui in assoluto vorrebbe fare un film?
«David Lynch, perché assomiglia a Fellini, ma in modo più “malsano” perché trasforma il sogno in incubo. L’ho incontrato per strada a Parigi, ero col passeggino, mia figlia, la tata e parlavo al telefono. Gli ho gridato: “David Lynch, sei il regista più grande del mondo!”. Lui si è fermato e io mi sono sentito un idiota. L’ho lasciato andare e, invece, avrei voluto dirgli: “Vengo a fare qualsiasi cosa in un tuo film, anche la parte del tavolo o di una lampada”».
02 Giugno 2010 Silvia Bergero




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