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A Cannes Elio sarà in concorso con La nostra vita, storia dura di un operaio che punta ai soldi a tutti i costi. Riservato e un po’ secchione (non a caso lo paragonano a De Niro), è lui l’italiano su cui scommettere. «Peccato che mi manchi la faccia da seduttore», dice. Ma è proprio sicuro?

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Elio Germano ha uno sguardo ad alta concentrazione. Non sposta gli occhi di un centimetro, mentre gli parli. E i suoi sono profondi, liquidi, espressivi. Sospetto che sia teso e che faccia fatica a nasconderlo. Concesso. D’altra parte a Cannes, con La nostra vita di Daniele Luchetti, sarà protagonista dell’unico film italiano in concorso. E comunque sia alla Croisette, dice lo stesso Luchetti (a quota quattro festival), non ci si abitua mai. Figuriamoci se è solo la seconda volta, come sottolinea Germano: «Tre anni fa, quando arrivai con Mio fratello è figlio unico (con cui ha vinto il David di Donatello nel 2007), ero stordito da tutto quello che girava intorno a me. Questa volta sono in concorso e contro Javier Bardem e Sean Penn, tra i miei attori preferiti. Riesce a immaginare come mi sento?». Eppure da quando si è messo davanti alla macchina da presa, a 12 anni, Elio Germano non ha sbagliato un colpo. È stato il Sorcio spione e infame del Romanzo criminale di Michele Placido, il Quattro Formaggi svaporato di Come dio comanda di Salvatores, il venditore nevrotico di Tutta la vita davanti... Ce l’ha messa davvero tutta per essere il 30enne su cui il cinema italiano scommette. Senza dimenticare i registi stranieri, non proprio facili da “accontentare”, che lo hanno chiamato: da Robert Marshall (lo ha voluto nel musical Nine, insieme con un cast stellare) ad Abel Ferrara (per una piccola parte in Mary). Tutto questo senza puntare sul fascino “classico” da esportazione di un Raoul Bova (che in La nostra vita è il fratello vigile, saggio ed equilibrato che proverà, tirarlo fuori dai guai in una storia sulla mistica del denaro a tutti costi). Certo, riguardando per questa intervista Il passato è una terra straniera, e in particolare le sequenze più erotiche con Chiara Caselli, il suo lato sexy, meno frequentato dalla critica, non è da sottovalutare...
Lo sapeva che quelle scene sono state una rivelazione per molte spettatrici?
«La tv e il cinema aiutano, si diventa belli solo perché si sta lì, è un po’ come se questi mezzi mettessero in mostra ciò che abbiamo dentro, moltiplicato per 100...».
Perché si ostina a non prendere sul serio il suo fascino?
(Ride) «Guardi, sulla bellezza proprio non c’è storia. Capisco che ci sono personaggi pensati in modo tale da farti diventare un eroe e che fanno innamorare... Ma è solo una “costruzione”: nel film che lei citava ero seduttore e dannato, in un altro potrei essere completamente insignificante».
Nel film in concorso lei è un operaio che, quando muore la moglie, perde il baricentro della propria vita e diventa arrivista.
«Claudio è uomo che vede nel denaro l’unico modo per riparare a una perdita e arriva a distruggersi, pur di comprare di tutto ai suoi figli: si rivolge agli strozzini, truffa e cerca ogni scorciatoia, perché tanto “così fanno tutti”. È un film sui soldi che si pensano facili, sulla povertà culturale di chi vive in palazzoni anonimi di quartieri dormitorio, dove tutto è lontano e restano solo gli oggetti a fare la differenza, lo status da sfoggiare: il televisore, la playstation, i vestiti di marca...».
Anche lei è rimasto nella periferia di Roma, dove è cresciuto, nonostante abbia le possibilità per andare altrove…
«Mah, ormai vivo quasi in una zona centrale, visto quanto si è espansa la periferia. Però non direi che la mia è una scelta precisa, semplicemente sono contrario all’equazione di molti miei colleghi “faccio l’attore, quindi mi devo trasferire a Trastevere”. Sono rimasto dove ho gli amici e faccio le cose di sempre. La differenza, rispetto ai miei coetanei, è che io ho potuto comprare una casa, mentre loro non ce la fanno».
La periferia e certi disagi sono anche i temi delle sue canzoni rap con le Bestie Rare, il gruppo con cui suona da 15 anni.
«È un progetto che seguo con le persone con cui sono cresciuto. Ma vogliamo stare fuori dai giochi economici delle case discografiche: siamo noi i padroni della nostra musica».
Dal rap popolare alle produzioni hollywoodiane...
«C’è una bella differenza tra chi viene chiamato all’estero, per esempio Raoul Bova, Claudio Santamaria o Pierfrancesco Favino, e chi viene coinvolto in film hollywoodiani che sono girati in Italia, com’è successo a me».
La smetta di fare il modesto, lei è piaciuto anche a Daniel Day- Lewis, uno degli attori più grandi del mondo...
«E, come tutti gli americani, rigorosissimo. Sul set la sua dedizione era totale, si parlava solo del film... Per entrare nel clima, veniva vestito Anni 60, con la macchina d’epoca».
La “vecchia scuola” degli Studios, insomma.
«Be’, un po’ bizzarro. Non parlare d’altro che di un film, per tre mesi, dalla mattina alla sera, mi sembra esagerato. Se tutto è concentrazione e rigore, anche per un film leggero come Nine, s’immagina cosa succede per un film drammatico?».
Che cosa ha pensato quando si è trovato davanti la Kidman?
«Mamma mia quanto è alta... Marion Cotillard e Penélope Cruz le ho sentite, invece, più simili a me, più europee, più serene nell’approccio. Certo, vanno conosciute meglio...».
Torniamo a lei. L’hanno paragonata a De Niro (complici anche le origini molisane): è una bella soddisfazione.
«Mi viene da ridere, i mostri sacri non vanno neanche scomodati. Recitare è una cosa intima, tra sé e sé, quasi da “autistici”. È impossibile capire come uno arrivi a certi risultati».
Del suo privato si sa poco. È fidanzato?
«Sì, ma non mi va di parlare di persone che non sono coinvolte nel mondo dello spettacolo. Ritengo un dovere non farlo».
Ci dica, almeno, che cosa cerca in una donna.
«La stabilità che mi manca col mio lavoro. Ho bisogno di ritmi, orari e situazioni banali, quando si spengono i riflettori».
Non mi dica che lei è un uomo all’antica?
«Nel senso che porto i fiori?» (ride). «Mettiamola così, mi spaventa quando vedo tante donne che si ostinano a “fare gli uomini”. E in giro, le garantisco, ce ne sono fin troppe...».
11 Maggio 2010 Cristiana Allievi




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