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  • Folco Terzani: in viaggio con papà

    Nel 2004 Folco Terzani raccolse in un libro il testamento spirituale di suo padre Tiziano. Oggi Elio Germano lo interpreta nel film tratto da quell’esperienza

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  • Chi ha scelto di far calare l’uno nei panni dell’altro, forse, deve aver visto qualcosa nei loro occhi: luminosi, intelligenti, simili. A guardarli più da vicino, e a sentirli parlare, si scopre che Elio Germano e Folco Terzani, sulla carta uomini diversi tra loro, hanno molto in comune. La trasposizione cinematografica di La fine è il mio inizio (nelle sale dal 1° aprile), libro nato dall’ultimo dialogo tra il giornalista Tiziano (scomparso nel 2004) e suo figlio Folco, è stata un’esperienza che li ha avvicinati: l’attore e lo sceneggiatore del film hanno vissuto insieme per tutto il tempo delle riprese, nella vera casa dei Terzani, sulla montagna toscana. E sono insieme anche adesso, per la nostra intervista. Germano, Palma d’oro a Cannes, ha appena terminato le riprese di un film tv sull’ex boss criminale Felice Maniero che uscirà in autunno, ma ora parla di temi personali e complessi con Terzani, un “quasi coetaneo” che fa avanti e indietro dall’India, gira documentari e sta finendo il suo primo libro.

    “La fine è il mio inizio” è un lungo dialogo tra il grande giornalista, tre mesi prima della sua morte, e suo figlio. Germano, come ci si sente nei panni di Folco Terzani?
    Elio Germano: «È stata un’esperienza importante perché lui mi è stato accanto tutto il tempo. Ho potuto fargli domande... maniacali: che cosa stava facendo in quel periodo della sua vita, che cosa leggeva, che cosa pensava. Tutti elementi che, quando giri un film, di solito devi inventare per calarti nel personaggio».

    Folco Terzani: «Per me non era poi una gran cosa essere “il figlio di”. Prima mio padre era un giornalista, un uomo normale, è stato con Lettere contro la guerra (nel 2001, ndr) che le cose sono cambiate. Ma, all’epoca, vivevamo in Asia e non sapevo che reazioni ci fossero state qui. Anni dopo sono iniziati i suoi pellegrinaggi nelle piazze, per parlare di pace: si sedeva a gambe incrociate, sopra il tavolo, come aveva imparato a fare in Oriente».

    E oggi com’è essere suo figlio?
    Terzani: «Anche noioso. Tutto è diventato simbolico! Ho trascritto La fine è il mio inizio più che volentieri e, l’anno scorso, ho curato un libro di fotografie, Un mondo che non esiste più, che lui avrebbe voluto pubblicare: è stato un’esperienza pazzesca. Ho scritto anche la mia prima sceneggiatura, visto che questo film mi riguarda da vicino. Un film è una cosa pericolosa perché lo vedono in molti, volevo che fosse tutto vero. Insomma, quello che intendevo dire è: “Basta! D’ora in poi Tiziano tornerà a essere il mio babbo e non ne parlerò più”».

    Lei e Germano vi conoscevate già?
    Terzani: «Non sapevo chi fosse. Quando è arrivato sul set, sembrava non sapere nulla del libro. Ho pensato: “Questo non è preparato”. Ero preoccupatissimo. Poi, appena sono iniziate le riprese, ho capito che era il suo modo di lavorare. La sua presenza in scena è assoluta, è un attore bravissimo».

    Dopo la diagnosi di tumore, suo padre si ritira sull’Himalaya. Dopo tre anni la chiama: vuole parlarle di quello che non vi siete mai detti. E nasce il “vostro libro”.
    Terzani: «In quel momento ero tra New York e Los Angeles, stavo finendo un documentario sui sadhu (gli asceti induisti, ndr), che non ho mai mostrato a nessuno perché non sono ancora pienamente soddisfatto del lavoro. Comunque, io e mio padre eravamo lontani. Per parlargli ho preso aereo, treno e ho camminato a piedi fino in cima alla montagna. Quell’incontro è stato più bello di 50 telefonate: parlare con qualcuno senza nessun tipo di intrusione».

    Era davvero un uomo diverso?
    Terzani: «Era sorprendentemente cambiato. Lui, che era sempre stato “dentro” le cose, aveva una distanza pazzesca, dev’essere stata l’altezza strabiliante di quelle montagne! Quando ho letto Lettere contro la guerra, mi sono chiesto: “Chi è quest’uomo? Non lo riconosco...”. Mio padre si è incontrato con la morte e ha capito che, stavolta, la forza che aveva sempre avuto in vita non sarebbe bastata. Ho accettato di lavorare con lui non perché era mio padre, ma per il percorso che ha fatto in quel momento».

    Elio, si è fatto un’idea di come sia un viaggio interiore?
    Germano: «Credo che ognuno faccia il suo. Il mio mestiere mi porta a cercare l’interiorità, ma anche se non raggiungo così spesso una dimensione spirituale, non escludo che il mio lavoro possa avere qualcosa in comune con un’esperienza simile. Conoscersi e conoscere gli altri è una pratica che ti tocca nel profondo: entrare nei panni di un altro ti aiuta a capire di più te stesso».

    Nel libro non si parla mai delle classiche tensioni padre-figlio: non ce n’erano?
    Germano: «Nel film ci sono. Anzi, abbiamo forzato un po’ le situazioni in questo senso, dipingendo un figlio schiacciato dal padre, che gli ha affidato un compito importante per dimostrargli che era all’altezza».

    Terzani: «Durante il lavoro, mio padre e io avevamo litigato, ma non avevamo il registratore in quel momento, quindi quella discussione non è finita nel libro. Visto che il film è più emotivo e mi ricordavo esattamente che cosa era successo, ho inserito l’episodio».

    E lei, Elio, che rapporto ha con suo padre?
    Germano: «Non so definirlo. Non credo a quei padri che hanno un rapporto da coetanei con i figli. Sono scemenze. Ma penso che, al di là del rapporto col singolo genitore, ci siano meccanismi che vanno da sé: quella è la persona che ti ha generato e certe dinamiche scattano in automatico, sono innate. Un figlio rappresenta il futuro, una possibile realizzazione personale, quindi è naturale che ci sia una serie di aspettative da parte del genitore con cui un ragazzo, prima o poi, si deve misurare».

    Folco, è rimasto qualcosa di irrisolto con suo padre?
    Terzani: «Lui non c’è stato per lunghi periodi, ma non ho mai notato la sua mancanza. Mi faceva quasi piacere che, ogni tanto, non ci fosse: almeno respiravo un po’, la sua era una presenza pazzesca! Ma non è rimasto nulla d’irrisolto perché abbiamo avuto un’occasione enorme: avrebbe potuto andarsene dopo una settimana, senza raccontarmi nulla! Invece abbiamo avuto il tempo che ci serviva: è morto dopo la fine dei nostri dialoghi».

    Contrasto tra potere, denaro e ricchezza interiore, un tema carissimo a Tiziano Terzani: voi come lo vedete?
    Terzani: «Credo che il problema sia nell’accumulo, nel riporre le cose nei granai... Le scimmie ti guardano molto perplesse, se non condividi il tuo casco di banane con loro, ma lo metti via. Ogni conto in banca è un casco di banane, ma penso che si stia cominciando a capire che riempirci di oggetti che non servono non ci rende felici. Non c’è bisogno di molto per vivere...».
    Germano: «La frenesia degli acquisti e il desiderio di somigliare a qualcun altro è qualcosa che abbiamo creato noi. E ne siamo diventati vittime. Ma, come succede nei romanzi di Isaac Asimov, l’uomo costruisce robot e poi finisce per esserne controllato. Oggi si commettono disastri nucleari per far crescere l’economia, in pratica si fa una vita molto peggiore. Anziché pensare a prevaricare il prossimo per profitto, forse è tempo di valutare che, prima o poi, tutti avremo a che fare con la morte».

    Quello è il grande tema del libro e del film: vi spaventa?
    Germano: «No. La morte andrebbe contemplata, piuttosto che evitata, ci concentreremmo meglio sulla vita. Vivere a contatto con la natura, staccare dalla tecnologia per un po’, fanno sentire che si è parte di qualcosa di più grande di noi. Per esempio, io sto molto meglio in montagna che in città e mi basta una passeggiata nei boschi per ricordare subito che cos’è un essere umano».

    Terzani: «Passo molto tempo in India perché quello che interessa alle persone, lì, è ciò che piace a me. È pazzesco vedere come lì ci sia chi si dedica alla sola ricerca della verità ed è disinteressato a tutto quello di cui ci occupiamo noi, qui in Occidente».

    Avete scoperto qualcosa di Terzani con questo film?
    Germano: «Era una persona normale e non voleva essere venerato dai posteri».
    Terzani: «Ho visto che la sua forza era ed è la verità: parlava di cose di cui aveva fatto esperienza. E mettendo le mani tra le sue foto e i documentari, ho compreso che il suo percorso era già lì, sin dall’inizio, ma non me n’ero accorto: mio padre mi sembrava la persona più antispirituale che conoscessi».

    La sua fine, Folco, è stata anche il suo inizio?
    Terzani: «All’epoca in cui abbiamo scritto il libro avevo preso molte batoste, non avevo una forza mia. Magicamente la sua si è trasferita in me. Spesso, se hai qualcuno forte sopra di te, non hai modo di crescere. Ma ho capito che nella vita c’è una logica e che, a un certo punto, è giusto che l’albero vecchio cada e diventi concime per quello nuovo».

    29 Marzo 2011 Cristiana Allievi

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