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  • Gerry Scotti: «Il segreto del successo? La normalità»

    Piace a tutti, donne, uomini, bambini... «E suocere»! Non ha nemici, nessuno lo critica (e viceversa). Durante la nostra intervista volevamo scoprire se il conduttore più popolare della tv è davvero buono come sembra...

  • Gerry Scotti: «Il segreto del successo? La normalità»Gerry Scotti: «Il segreto del successo? La normalità»

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    Ivano De Pinto

    Gerry Scotti: «Il segreto del successo? La normalità»
  • È stata una sensazione strana. Per molti di noi era la prima volta che lo incontravamo, eppure ci sembrava di conoscerlo da sempre. Gerry Scotti fa questo effetto: sembra uno di famiglia, l’amico della porta accanto, e lui lo sa bene. Oltre a Chi vuol esser milionario, in fascia preserale, dal 15 marzo lo vedremo nello Show dei Record, in prima serata su Canale 5. Prima di conoscerlo, non sapevamo decidere se proprio alla sua aria familiare deve il suo successo o se, viceversa, è la sua popolarità a renderlo così familiare. È arrivato in redazione puntuale e sorridente. Che sia molto professionale lo sapevamo. Ma la vera domanda era: sarà davvero così simpatico e alla mano come sembra in tv? E quella sua aria da buono sarà autentica? Noi un’idea ce la siamo fatta. La scoprirete leggendo com’è andata. «Prendiamo un caffè?», dice il direttore. «Volentieri», risponde Gerry mentre si siede al centro della nostra sala rotonda. «Quante donne! Non sono mai stato così “circondato” in tutta la mia vita».

    Ci siamo documentati: come è possibile che tutti parlino bene di lei?
    «Si vede che quelli che parlano male li noto solo io».

    Noi non ne abbiamo trovato nemmeno uno. Insisto: com’è possibile, soprattutto nel vostro ambiente?
    «Una delle cose positive che una persona può fare nella vita è cercare di non crearsi nemici. Averli è inevitabile. Un po’ per invidia, un po’ per il fatto che qualcuno ti crede diverso da ciò che sei. Crearseli, invece, è diabolico. Molti miei colleghi del mondo dello spettacolo (ma anche della politica o del giornalismo), forse, per far parlare di sé si procurano nemici ad hoc. Quando mi chiedevano: “Gerry, ci sarà qualche programma tv che le fa veramente schifo?”, io pensavo: “Adesso lo dico, sì adesso lo dico”. Poi, però, riflettevo fra me e me: quello lì ha famiglia, quell’altro è stato cacciato e l’hanno appena ripreso, perché devo rovinarli? Non ce la facevo. E allora rispondevo: “Io guardo tutto”».

    Vuole farci credere che lei è un buono vero?
    «Ho sempre scelto una collocazione nazionalpopolare. Preferisco il basso profilo. Sarà che ho imparato tanto sugli italiani da bambino, quando abitavo nelle case del Corriere della Sera (il padre lavorava come operaio alle rotative del quotidiano, ndr). La mia famiglia era l’unica lombarda, con un figlio solo. Gli altri erano tutti del Sud, e io ho vissuto in mezzo a tanti fratelli calabresi, campani, di tutte le regioni. E poi c’è un altro fattore importante: la normalità. Io ho l’aria affidabile del vicino a cui daresti il tuo cane se vai via due giorni o anche tua suocera. Verificate pure: sul target delle ultrasessantenni io vado fortissimo».

    E come vive questo successo intergenerazionale?
    «Bene. Non sono stato un playboy da giovane...».

    Questo vale per il pubblico femminile. Ma come spiega il fatto di essere così apprezzato anche dagli uomini?
    «Ho sempre saputo portarmi addosso i miei difetti fisici, prima con ironia calcata e poi con disinvoltura. Per chi non se ne fosse accorto, sto parlando dei pochi capelli e di qualche chilo in più. A casa, probabilmente le mogli pensano: “Be’, anche Gerry, in fondo, non è magro, come mio marito”. E il tipico maschio latino, che non è sempre in perfetta forma, si consola. E non mi vive con competizione come farebbe con un Raoul Bova dal fisico perfetto. Poi c’è la categoria dei gay, con cui vado alla grande. Di tanto in tanto, qualche mio collaboratore me lo segnala: “Hai visto Gerry? Sei primo in classifica sul sito degli orsetti”. Insomma, è proprio vero, piaccio a un pubblico assolutamente trasversale».

    Com’è Gerry sul lavoro? Almeno lì sarà un po’ cattivo?
    «Ho dovuto imparare, come avrà fatto Maldini al Milan. E Baresi prima di lui. Io sono milanista, l’avrete capito... Quando intere produzioni sono sulle tue spalle, devi saperti circondare di persone a cui basta un’occhiata per capire che cosa devono fare. Però non ho mai usato né amato il potere per il potere. Arrivato in uno studio, non ho mai detto: “Voglio quel camerino!”. È rimasto libero solo quello senza finestre? A me va benissimo. Non è dalla grandezza di una stanza che si misura il proprio successo, come pensa qualcuno dei miei colleghi. Che poi sono anche quelli che stanno prendendo dei... tram in faccia!».

    Tanto i nomi non li farà mai, vero?
    «Me li sono già scordati».

    Maschi o femmine?
    «Tutti e due. E anche indecisi».

    A lei piace tanto lavorare?
    «Sì. Ma non mi vedrete mai ai vernissage o nei locali notturni. Quando mi sono separato dalla mia prima moglie, per riuscire a trascorrere del tempo con mio figlio Edoardo ho dovuto ottimizzare gli orari. Concentravo il lavoro dal lunedì al giovedì, così poi mi potevo godere i fine settimana insieme a lui. Non ho mai buttato via tempo con eventi e inaugurazioni. Anzi, approfitto di questa intervista per chiarire...».

    Un “sassolino”, un colpo basso? Prego.
    «Niente affatto. In una conferenza stampa, un po’ di tempo fa, i giornalisti hanno interpretato male una mia battuta. Da alcuni è stato scambiato per uno sfogo: “Oddio, ma quanto mi fanno lavorare?”. Io sono figlio di un operaio e nipote di un contadino, le due categorie di persone che fanno più fatica nella vita. Una sera di 25 anni fa, mi sono ritrovato in tasca la stessa cifra che mio padre guadagnava in un anno. Capite? La fatica è un’altra cosa. Io sono ben felice di lavorare, e tanto».

    Ma effettivamente, a forza di andare sempre in onda, non si corre il rischio di bruciarsi?
    «Parafrasando Andreotti: il video logora chi non ci va».

    Soffrirebbe se dovesse stare lontano dalla tv?
    «Se fossi io a sceglierlo, no. La sindrome da video viene quando sei sul viale del tramonto e ti dicono: le faremo sapere. Ma io ho le idee chiare: a 60 anni smetto».

    Non ci possiamo credere!
    «È un giuramento a me stesso. Non ho potuto scegliere tanti start nella vita, almeno lo stop voglio deciderlo».

    E che cosa farà?
    «Ho un sogno: un’azienda di vini sulle colline dove sono nato, nell’Oltrepò pavese. Non voglio ridurmi come altri grandi colleghi, di cui sapete già, non farò i nomi, che a ottant’anni sono dovuti andare ospiti in altri programmi a dire: “Non mi fanno più lavorare”. Ecco, se devo chiedere una grazia al buon Dio, vorrei non dover mai dire una frase del genere a quell’età».

    Com’è Gerry papà?
    «Ho scoperto di essere padre quando ho smesso di essere marito. È una disgrazia che non auguro a nessuno, ma una fortuna che auguro a tanti, se dovesse portare il bene che ha portato a me. Anzi, potrei proprio dirlo a qualche mio amico che continua a essere distratto come padre... Il fatto di dovermi fare carico di mio figlio per parecchi giorni alla settimana mi ha cambiato molto. Non ero uno che se ne fregava, ma, nel periodo del mio matrimonio, delegavo molto. Come padre valevo un 6+, giusto perché non gli facevo mancare niente. Adesso mi do un 8 pieno».

    Lei è nato nel mondo della radio e oggi è presidente di R101. Ma deve il suo successo alla tv. Che cosa le piace davvero?
    «Il primo amore non si scorda mai: per immediatezza, ambiente e libertà di espressione, la radio è la mia preferita. La tv è il mezzo a cui devo tutto. Quando stavo in viale Zara e guardavo le Porsche passare, non pensavo che, a trent’anni, ne avrei comprata una. Il cinema lo farei, al volo! Se mi chiamasse Pupi Avati, anche per una particina, ci andrei di corsa. Gliel’ho detto personalmente. E poi ho fatto una sit-com con Maria Amelia Monti di cui vado molto fiero. A parte gli inarrivabili Sandra e Raimondo, penso che sia stata la più bella degli ultimi 15 anni. Se solo fosse stata tradotta in inglese, avreste dovuto venire a intervistarmi fino a Hollywood» (scoppia in una delle sue inconfondibili risate).

    Lei ha a che fare con la fortuna tutti i giorni. Ci crede?
    «Certo! Ne sono l’esempio. Però bisogna saperla gestire. La sfortuna più grande, invece, è non accorgersi di avere avuto fortuna. Allora uno perde il senso della vita».

    Di lei si parla come dell’erede di Mike, ma anche di Corrado e Vianello...
    «Di Mike ho la dedizione al lavoro. Mi piaceva il disincanto di Corrado e l’ironia di Vianello. Ma ormai penso di essermi guadagnato il mio stile».

    Se non avesse lavorato in tv, che cosa avrebbe fatto?
    «Studiavo Legge per diventare notaio. Era una delle scelte tipiche della classe operaia: mandare all’università il figlio perché si assicurasse una professione solida. Mio figlio, oggi, avrebbe potuto osare di più, iscriversi a Biologia marina o ad Archeologia, perché non è pressato da problemi economici».

    E invece che cosa studia?
    «Il linguaggio dei media alla Cattolica. Cioè, finirà per studiare suo padre!».

    15 Marzo 2011 Alessia Ercolini

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