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Per tutti Giampaolo Morelli è il poliziotto più “verace” della tv. Lui, però, ha la testa altrove: su un’altra sitcom, ma, soprattutto, sul suo primo libro (sarà casuale il titolo Un bravo ragazzo?). Perché anche i sex symbol formato famiglia non vivono di sole fiction...

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Questa è un’intervista in due tempi. È iniziata dal vivo e continuata al telefono. È partita parlando del mestiere di attore e ha virato sulla nascita di una nuova carriera, quella di scrittore. Ci sono personaggi non semplici da catturare in un solo colpo. Giampaolo Morelli, alias l’ispettore Coliandro, protagonista della fortunata serie andata in onda su RaiDue, è uno di loro. Segni particolari: napoletano verace, molto seduttivo (a partire dal morbido accento partenopeo di questa intervista) e capace di scherzare quasi sempre su tutto. Al nostro primo incontro, a colazione in un bar milanese del centro, mi ha detto che ero più “Coliandra” di lui, solo per aver rovesciato lo zucchero sul tavolo. Ormai, per Morelli, Coliandro è la metafora di un modo di essere (parolacce comprese...). Anche se, conoscendolo da vicino, si capisce che è stato lui a dare la verve ironica e indolente al personaggio inventato dallo scrittore bolognese di bestseller Carlo Lucarelli.
Da quando non va più in onda (dopo la quarta serie), i telespettatori “orfani” del loro eroe preferito, si sono mobilitati in un fan club, hanno fondato un gruppo su Facebook (con 40 mila amici) e ne chiedono a gran voce il ritorno sul piccolo schermo. L’ultima iniziativa? Spedire migliaia di buste piene di coriandoli alla Rai perché, nella serie, il nome dell’ispettore veniva storpiato dagli avversari in Coriandolo. «Sono scesi in campo anche i poliziotti veri», racconta Morelli. «Sempre su Facebook dicono di riconoscersi in questo ispettore che ha paura, che “cazzeggia” in questura e che, con Montalbano, resta in mente più di tanti altri di passaggio in tv. D’altra parte, oggi è tutto molto usa e getta, compresi i personaggi».
Si intuisce che ha riflettuto a lungo sul tema.
«Gli attori sono in genere a senso unico. Io cerco di essere uno spettatore. Anche perché, diciamolo, gli attori sono un po’ pazzi...».
Ho letto che per questo non si fidanzerà mai con una collega.
«Mai dire mai, giusto?».
È fidanzato, allora?
«Ho una relazione. Ma è presto per dire che cosa diventerà».
Torniamo a Coliandro. Davvero non tornerà più?
«Per ora solo in dvd e a settembre».
Nel frattempo, che cosa ha fatto?
«Ho girato la sitcom Una bella famiglia (prodotta per Canale 5, ndr). È la classica commedia: i genitori sono Marisa Laurito e Lello Arena, io sono padre di cinque figli e abbandonato dalla moglie. Per farla breve, tutti mi danno addosso come se fossi un semifallito».
Nel cast della fiction c’è anche Pietro Taricone, scomparso di recente, nel ruolo di suo fratello, che vuole fare il cantante neomelodico. Quando ci siamo incontrati la prima volta, lei mi aveva detto che avevate un ottimo dialogo, che vi legavano molte passioni a cominciare dalle moto. Che cosa ricorderà di Pietro?
«Non mi piace parlarne. Mi sembra irrispettoso e banale nei confronti di una persona che non c’è più. Di sicuro il nostro era un rapporto semplice, meno “nevrotico” di quello tra molti colleghi dell’ambiente. D’altra parte si diventa nervosi quando si è sempre sottoposti al giudizio degli altri».
Perché lei ha scelto questo lavoro?
«L’avere un personaggio da recitare, ti protegge. In un certo senso, dai vita a qualcosa che è altro da te. Puoi apparire, ma nello stesso tempo nasconderti o sembrare diverso. E poi non avrei potuto fare altro. Mio padre era magistrato e mia madre professoressa. Ma io a scuola ero negato...».
La sua famiglia come l’ha presa?
«Adesso sono contenti, ma all’inizio non lo erano per niente. Loro vengono da un mondo lontano da quello dello spettacolo. Però hanno capito che metto passione in quello che faccio. Anche se è un altro il mestiere più bello...».
Quale sarebbe?
«La rockstar. Perché arriva davvero al cuore della gente. Peccato che io non sappia suonare nemmeno il flauto, quello che si imparava a scuola. A seguire, nella mia classifica dei lavori da sogno, c’è lo scrittore. Ed eccomi qui: ho appena scritto un libro che sarà presto pubblicato da Fazi».
Di che cosa parla?
«È un romanzo di formazione racconta la storia di un 16enne. Titolo: Un bravo ragazzo».
Un titolo non casuale, immagino...
«In realtà lo avevo iniziato tanto tempo fa. Un giorno, facendo pulizia nel pc ho visto dieci pagine scritte, le ho rilette e mi sono detto che non erano male. E così ho continuato. Il resto è venuto di getto».
Da dove viene la passione per la scrittura?
«Sono un lettore recente, fino a 26 anni non ho toccato un libro. Poi li ho divorati».
Quali sono i suoi autori preferiti?
«Irvin Welsh e Dino Buzzati».
Segue riti e ritmi particolari nella scrittura?
«Quelli dello scrittore tipo. Colazione e poi mezza giornata o anche tutto il giorno di lavoro. È bello, perché ti senti concentrato su qualcosa di importante. Ti rendi conto che scrivere è proprio un esercizio, un allenamento: più lo fai e più ti vengono le frasi e le idee».
Alla faccia del ragazzo che a scuola non combinava niente di buono...
«Mi sta dicendo di provare anche a fare la rockstar?».
30 Luglio 2010 Alessia Ercolini




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