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Gianmarco Tognazzi lo ha scoperto fuori dal set: «Si sta male più che per amore». Ora, nel suo ultimo film, esaspera questo sentimento. Fino a vestire i panni (anzi, la divisa) del cattivo

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È stato protagonista di commedie divertenti, da Ex a Natale a Beverly Hills. Ma nel suo nuovo film è irriconoscibile. Ha promesso di metterci paura, o almeno dei dubbi. E ci riesce. Gianmarco Tognazzi, del resto, non è nuovo alla sperimentazione di personaggi inquieti. Quello che interpreta ora è il colonnello dei parà protagonista del film di Claudio Fragasso, Le ultime 56 ore. Incontrare Tognazzi non è semplice. Non perché sia schivo, è solo molto impegnato. L’appuntamento è tra una data e l’altra del suo tour teatrale, con lo spettacolo Die Panne, ovvero La notte più bella della mia vita, di Friedrich Dürrenmatt, in un baretto accanto al residence dove alloggia quando è a Milano.
A che cosa si riferiscono le ultime 56 ore del titolo?
«Questo è un film d’azione, ma non solo. È la storia di Gabriele Moresco, un colonnello dei paracadutisti stanco di non essere ascoltato dai suoi superiori dopo aver perduto un amico fraterno (un commilitone ammalatosi in seguito all’esposizione all’uranio impoverito, come tanti militari in servizio in Kosovo, ndr). Così prende in ostaggio un ospedale, con dentro pazienti e medici, e dà un ultimatum: 56 ore di tempo prima di uccidere tutti».
Perché un gesto così estremo?
«Non voglio rovinarvi il film, però non c’è una motivazione sola. Lo fa perché è esasperato? Forse. Perché è un uomo cattivo? Forse. Perché è un idealista? Forse. La storia si intreccia con le vicende di un commissario di polizia (interpretato da Luca Lionello, ndr) che, all’insaputa del colonnello, scopre tra gli ostaggi sua moglie e sua figlia».
Odieremo il personaggio che interpreta?
«Non tutto è come sembra. Certo, il suo è un messaggio un po’ al limite».
Lei si è mai lanciato con il paracadute?
«No, e per fortuna la sceneggiatura non lo prevedeva».Ogni tanto, nello sguardo di Gianmarco Tognazzi, fa capolino qualche espressione tipica del padre. È il terzogenito di Ugo Tognazzi (il primo è Ricky, nato dal matrimonio con Pat O’Hara, poi c’è Thomas, nato dall’unione con l’attrice Margaretha Robsahm, e poi, dal matrimonio con Franca Bettoja, sono nati Gianmarco e Maria Sole), è cresciuto a pane e cinema, eppure quel mondo non è più quello che conobbe da bambino.
L’ambiente dello spettacolo è cambiato molto in questi anni. A lei piace?
«Sono nato in una casa frequentata da attori, sceneggiatori, scrittori e musicisti. Ha presente un ristorante dove tutte le sere arrivano 50 persone? Un porto di mare. Parlavano di spettacolo e facevano progetti. Ecco, ho nostalgia per quel tipo di rapporto tra artisti. Il nostro cinema, ormai da 25 anni, è stato lasciato a se stesso».
Però suo padre era un personaggio unico...
«Sì, gli piaceva stare con gli altri, ma allora le cose andavano così. Peccato che, nel nostro ambiente, ormai si sia persa l’abitudine di stare insieme».
Chi ama vivere in mezzo a tante persone ha, forse, timore di restare solo. A lei fa paura?
«Io sono così, come mio padre. Per me l’amicizia è la base dei rapporti della vita, è importante quanto l’amore».
Che cosa l’ha fatta soffrire di più?
«Sono stato male per amore, ma più per amicizia. Specie quando ho scoperto di avere un rapporto a senso unico. Dicevamo di mio padre: ecco, lui ha avuto la fortuna di vivere in un periodo in cui, paradossalmente, c’erano meno mezzi di comunicazione, ma entrare in contatto con gli altri era più semplice. Ora è quasi impossibile».
È così pessimista anche sul lavoro?
«Ho sempre messo in discussione le mie scelte, anche i successi. Mi sono sentito dire che ero troppo commerciale, allora mi sono indirizzato verso il cinema d’autore. Però, poi, quando non ti adegui alle mode, rischi di diventare meno visibile e di perdere opportunità».
Succede anche se ci si chiama Tognazzi?
«So di essere stato avvantaggiato, almeno all’inizio. Gli altri ti fanno pesare il cognome che porti: ma il massimo che ha fatto mio padre è stato portare i figli sul set e inserirli nel cast quando servivano bambini».
Che consigli le dava?
«Non ne dava proprio. Era un uomo che si faceva osservare. Pensava che bastasse mostrare come lui affrontava la vita, anche col suo anticonformismo e le sue debolezze. Nel suo essere “figlio dei suoi figli” e non nostro padre. Ci ha lasciato la libertà di decidere autonomamente, come solo le persone libere sanno fare».
Non vi ha incoraggiato a recitare?
«Era un provocatore. Mi portava sul set e poi mi diceva: “Tu devi fare l’agronomo! A me è andata bene, ma non a tutti va così”. A Maria Sole diceva: “Devi fare l’avvocato!”. Lui era quello che ti faceva assaporare una ricetta e poi la cambiava all’ultimo. Era il suo modo per mettere alla prova passione e convinzione».
Lei, invece, che padre è?
«Come tutti quelli della mia età sono succube di mia figlia (Andrea Viola, 3 anni e mezzo, nata dal matrimonio con Valeria Pintore, ndr). Lei è sorprendente: ha lo sguardo di una persona adulta. Ha una proprietà di linguaggio straordinaria. Ora vive in campagna con Valeria».
Sua moglie è un’attrice?
«No. Ora, anche su mia richiesta, fa la mamma. Ma, tra un po’, tornerà a lavorare. Si occupava di ambiente, ma, da quando siamo sposati, viviamo fuori Roma. Cerco di prendermi cura delle due case di famiglia - Velletri, dove stiamo d’inverno, e Torvaianica - rappresentano mio padre. Lui gestiva il tutto con semplicità, nonostante la mole di lavoro che aveva. Per me, invece, è un po’ faticoso».
Con quale regista vorrebbe lavorare?
«Facciamo prima a vedere con chi non ho lavorato! Da noi il mercato si muove sull’onda del personaggio dell’anno. Anch’io e Alessandro Gassman abbiamo avuto un momento così: sembrava esistessimo solo noi. Poi c’è stato l’anno di Stefano Accorsi, quello di Pierfrancesco Favino, quelli di Claudio Amendola. Per tornare alla sua domanda: con chi vorrei lavorare? Risposta: con quasi tutti quelli che non vede sul mio curriculum».
18 Maggio 2010 Alessia Ercolini




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