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«Vallanzasca non è il male assoluto», dice Kim Rossi Stuart, che per interpretare il bel René ha passato molto tempo con lui. E dopo questo ruolo rivela: «Sono pronto per un altro salto mortale...». Lo aspettiamo dietro la macchina da presa

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Prendete un attore timido, già di per sé restio a parlare di se stesso e poco amante delle interviste. Fategli interpretare il ruolo di uno dei personaggi più controversi della storia recente italiana. Ora pensate di dover intervistare l’attore di cui sopra. Il risultato non potrà che essere una chiacchierata faticosa, fatta di mezze frasi e di molta cautela, di volontà di non offendere nessuno, di pudore nel commentare eventi, situazioni e anche nel valutare un successo che è evidente, perché basato su una incontrovertibile prova da grande attore. Che è poi ciò che importa davvero, indipendentemente da quello che si pensi del film nel suo insieme o della reazione dei familiari delle vittime che, a Venezia, dove la pellicola è stata presentata in anteprima lo scorso settembre, sfociò in una lettera aperta sulla prima pagina del Corriere della Sera. Quello che importa, si diceva, è che Vallanzasca - Gli angeli del male regala un Kim Rossi Stuart strepitoso, la cosa più vicina a Robert De Niro che il cinema italiano abbia prodotto, intendendo con ciò la capacità di mettere in atto una trasformazione, anche e soprattutto fisica, veramente impressionante.
Ispirato al libro autobiografico Il fiore del male. Bandito a Milano (scritto da Renato Vallanzasca stesso con l’aiuto del giornalista Carlo Bonini), il film racconta tra rapine, sequestri, droga e omicidi, l’ascesa di Vallanzasca da banditello di provincia a boss indiscusso della banda della Comasina, fino al suo assurgere a personaggio di costume, amato dalle donne e sbattuto in prima pagina come un divo del cinema. Il tutto entrando e uscendo dal carcere, tra fughe improbabili e detenzioni al limite della tortura. Un lavoro fisico totalizzante, ancora di più se si pensa che Rossi Stuart ha contribuito, insieme al regista Michele Placido, alla stesura della sceneggiatura. «A Vallanzasca mi sono avvicinato proprio così, in modo razionale, scrivendo» racconta l’attore, educato e gentile come un uomo d’altri tempi. «Solo dopo è arrivato il momento di dedicarsi ad aspetti del mio lavoro più istintivi. Ecco, lì c’è stata una scarica di adrenalina in più».
Vuole dire che solo in quel momento si è reso conto di quanto sarebbe stato difficile interpretare quel personaggio?
«Probabilmente sì. Per me è stato un triplo salto mortale, anche perché il taglio del film è volutamente molto realistico. La tensione e la paura mi hanno aiutato a fare il vuoto intorno a me. Mi sono “chiuso” a Milano e ho cercato di assorbire i sapori della storia, di aggiungere delle sfumature».
Ha anche frequentato Vallanzasca per prepararsi?
«Sì, ho passato parecchio tempo con lui».
Che cosa c’è di così affascinante nella sua storia? Perché piace e interessa così tanto?
«Lei lo trova affascinante?».
Be’, l’attrazione che ha esercitato, non solo sulle donne, è sicuramente uno degli aspetti più interessanti del personaggio.
«Diciamo questo: Vallanzasca non è il male assoluto. Se guardiamo alla storia, anche recente, d’Italia vediamo personaggi molto più cattivi. In lui il bene e il male sono sempre in lotta. Questo lo rende interessante».
Secondo lei Vallanzasca è consapevole della differenza tra bene e male?
«Preferirei parlare più del personaggio che della persona. Comunque, partendo dal libro, si evince una cosa: il continuo oscillare tra azioni orribili e una sua personale moralità. È proprio questo il tema».
Che cosa le ha dato, in più, il fatto di conoscerlo?
«Mille cose. Un attore, nella ricerca di un personaggio, si aggrappa a qualsiasi elemento più o meno razionale che lo catturi, lo interessi, che gli faccia scattare la sensazione che quella cosa sia espressiva».
E qual è la cosa che l’ha più colpita di Vallanzasca, la sorpresa più grande?
«Non mi aspettavo una persona così costantemente in contatto con l’ironia».
Lo scorso settembre, a Venezia, l’associazione dei familiari delle vittime ha espresso una condanna molto dura nei confronti del film. Che cosa pensa di queste polemiche?
«Per me un personaggio è interessante quando suscita sentimenti differenti ed è contraddittorio. Non so quanto i parenti possano accettare questa realtà, ma, come ho già detto, Vallanzasca non è il male assoluto. Capisco che non sia possibile spiegarlo o convincere chi ha perso una persona amata. Non mi sento di condannarli né di giudicare le loro proteste».
Ha incontrato qualche familiare delle vittime?
«No. Lo avrei anche fatto, sono sempre esperienze, ma non è il mio ruolo. Però ricordo la frase della vedova di Vito Schifani, l’agente di scorta morto insieme al giudice Giovanni Falcone. Rivolta a chi gli aveva ucciso il marito disse: “Io vi perdono, ma voi dovete cambiare”. Il punto è esattamente questo: Vallanzasca è una persona che ha trascorso 40 anni in carcere e tutto quel tempo cambia chiunque».
Credo che uno dei punti sia il fatto che Vallanzasca non ha mai chiesto perdono...
«Non posso entrare in una polemica come questa. Quello che mi sento di dire, è che capisco quando afferma: “Chiedere perdono sarebbe un atto di ipocrisia”. Lo capisco, ma comprendo anche che un familiare non lo ammetta. Il dolore, quando è inaccettabile, acceca».
Interpretare un ruolo così dà a un attore la possibilità di conoscere il proprio lato oscuro?
«Senza fare psicodrammi, direi di sì. Non nego che essere a contatto per un anno con questo tipo di personaggio sia un’esperienza che lascia il segno. È anche il bello di questo mestiere».
E lei cosa ha capito? Che non avrebbe mai potuto fare il delinquente?
«Non esco mai da un film con una tesi. Con più informazioni, però, sì. Per esempio, non conoscevo la vita nelle carceri mentre, dopo averle frequentate, ho sviluppato una visione e un giudizio diversi. Rispetto a me stesso non so, non mi viene in mente niente. Interpretare Vallanzasca non mi ha fatto scoprire cose eclatanti su me stesso, se è questo che vuole sapere».
C’è qualcosa in comune tra i ruoli che ha interpretato? Si potrebbe pensare che tra il compositore Vincenzo Bellini (in una miniserie di alcuni anni fa, ndr) e Renato Vallanzasca ci sia un abisso…
«Forse il filo rosso è in me: sono portato e attratto da personaggi estremi e che cambiano nel corso della loro vita. Mi sento come una lente di ingrandimento, per me stesso e per lo spettatore».
Se dovesse indicare il vero punto di svolta della sua carriera, quale sarebbe?
«Il film Senza pelle, di Alessandro D’Alatri. È stato fondamentale. Non dico che, prima, accettassi tutto, ma quasi... Lavorare con D’Alatri mi ha permesso di iniziare a scegliere progetti per il piacere di comunicare qualcosa».
Il prossimo progetto sarà da attore o regista?
«Credo da regista».
Perché in questo Paese è così difficile raccontare la cronaca recente? In Francia e in America i film sui gangster sono un genere vero e proprio...
«La differenza è che Vallanzasca è ancora vivo».
20 Gennaio 2011 Simona Siri




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