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Marco e Piergiorgio Bellocchio: «Ci somigliamo perché siamo diversi»
Hanno la stessa faccia, ma Marco e Piergiorgio Bellocchio non potrebbero essere più distanti per carattere e punti di vista. Eppure sono anni che lavorano insieme. E adesso sono contemporaneamente al cinema e a teatro, per due storie che parlano proprio di famiglia. La loro

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Fabio Lovino
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«Nel 1965 non ero ancora nato: I pugni in tasca per me è un film di famiglia, quello con cui sono cresciuto, ma non ha mai avuto quel significato rivoluzionario e dirompente che quelli della generazione precedente alla mia gli hanno attribuito. E non importa se la famiglia da quel film ne esce a pezzi, incubatrice di violenza, odio, infelicità e malattia mentale». A parlare è Piergiorgio Bellocchio, 36 anni, occhi e viso così identici a quelli del padre che, anche non sapendo della parentela, sarebbe molto facile intuirla solo vedendoli seduti vicini. È lui il protagonista, non solo dello spettacolo teatrale che porta in scena - 45 anni dopo - il celebre lavoro paterno, ma anche di Sorelle Mai, ultimo film-documentario di Marco, presentato a settembre al Festival di Venezia e dal 16 marzo nelle sale. In comune I pugni in tasca e Sorelle Mai hanno l’ambientazione: la casa di famiglia di Bobbio, un paesino in provincia di Piacenza. Ma le stanze all’interno delle quali, più di 40 anni fa, si consumava la morte - metaforica e fisica - dei legami familiari oggi sono il set di un atto d’amore nei confronti delle due sorelle del regista, Maria Luisa e Letizia, le sorelle Mai del titolo. La loro vita viene raccontata - in una continua confusione tra realtà e finzione - attraverso diversi episodi distanziati nel tempo, dal 1999 fino al 2008, e romanzata grazie alla presenza dei veri nipoti (Piergiorgio ed Elena, la seconda figlia di Marco) insieme a personaggi di passaggio (Alba Rohrwacher nel ruolo di una studentessa e Donatella Finocchiaro, che interpreta la sorella di Piergiorgio). Così, se in I pugni in tasca, storia di una famiglia malsana e autodistruttiva, prevaleva l’odio, in Sorelle Mai vince il sorriso che scaturisce dalla tenerezza per queste due vecchie signore (esilarante la scena davanti al notaio, quando le sorelle si mettono in testa di comprare la cappella mortuaria di famiglia), senza che ci sia, però, «alcuna riconciliazione, alcuna ammissione di errore», dice ancora Marco.
“Sorelle Mai” sembra, soprattutto nei primi episodi, davvero un filmino di famiglia. È così che nasce?
Marco: «In parte sì, perché l’idea arriva dai seminari di cinema che tengo ogni anno a Bobbio: volevo parlare delle mie sorelle senza fare un vero documentario su di loro, ma inserendole in un racconto in cui rappresentassero loro stesse e allo stesso tempo fossero anche dei personaggi. Con l’andare del tempo e degli anni il progetto si è evoluto e così, naturalmente, i personaggi hanno finito per prevalere sulle identità reali e la fiction sulla realtà: alcuni personaggi e fatti sono totalmente inventati, mentre i nomi e l’ambientazione sono rimasti quelli reali».Qui però si sorride: l’idea o almeno i sentimenti che accompagnano il concetto di famiglia sono cambiati?
Marco: «La famiglia è un’istituzione ingiudicabile. Quello che all’epoca trovavo intollerabile era l’ipocrisia. Certo è che quando, 45 anni fa, ho fatto I pugni in tasca mai avrei immaginato che quello che pensavo, quello che rappresentavo, fosse anche nella testa di milioni di persone. E non parlo tanto dell’idea di ammazzare la propria madre, ma della sensazione di soffocamento, di intollerabilità. Oggi sono della stessa idea: nella famiglia, soprattutto nel governo ripetitivo della vita, nella reciproca proprietà - dire mia moglie, mio marito - c’è il pericolo. Se però mi chiede un’alternativa sociale, non ce l’ho: nei regimi comunisti hanno provato con lo Stato, ma hanno fallito».La violenza del passato però non c’è più…
Marco: «Non c’è più alcun furore contro la famiglia, sarebbe ridicolo alla mia età. Sorelle Mai non è però un’ammissione di colpa e nemmeno una riconciliazione. Caso mai quello che c’è è affetto e condivisione della sofferenza con le mie sorelle che, all’interno della famiglia, sono state al sicuro, ma allo stesso tempo hanno perso la possibilità di una vita propria. In questo senso è dedicato a loro: la rinuncia a cui sono state costrette è stata l’ispirazione per questo film».Com’è essere diretti dal proprio padre?
Piergiorgio: «Sono 30 anni che faccio film con lui: la prima volta avevo sei anni. La particolarità di questo film è stata recitare con la propria sorella e le proprie zie nella casa di famiglia, in un ambiente dove gli affetti erano veri e dove tutto era sì protettivo, ma anche molto complesso».Venendo da una famiglia così, ha mai pensato di fare altro nella vita?
Piergiorgio: «In realtà no. Prima di fare l’attore ho avuto altre esperienze, ma sempre nel cinema».Da padre, come vedeva questi tentativi nel mondo del cinema da parte di Piergiorgio? Lo incoraggiava?
Marco: «È stata una lunga storia, con molti cambi di direzione: all’inizio abbiamo costituito una società di produzione insieme, poi io me ne sono andato e lui ha continuato con alcuni amici. Alla fine abbiamo lasciato entrambi. Insomma, ci sono stati alti e bassi. Il rapporto con un figlio sul lavoro è complesso: non vuoi facilitarlo troppo, ma non puoi neanche penalizzarlo solo perché è tuo figlio».
Piergiorgio: «Ma infatti tu non mi hai mai facilitato, anzi! Sei stato sempre molto esigente. Come dico spesso, essere figli d’arte è più facile che essere figli di Marco Bellocchio. Lui è un uomo complesso che ti propone dei parametri e degli standard qualitativi molto alti. Lavorare con lui ti fa crescere molto, ti forma, ma ti richiede anche un grande sforzo».
Marco: «Io sono fatto così. Avrebbe potuto capitarti un altro padre famoso, magari più accomodante, invece hai trovato me che, è vero, sono piuttosto esigente. Può anche essere che a lungo andare sia un vantaggio…».
Piergiorgio: «Sicuramente. È che a 20 anni certe cose non le capisci. A 30 e passa sì».Che cos’è che rimproverava a suo padre quando aveva 20 anni?
Piergiorgio: «Diciamo che rispetto ad altri figli d’arte a me non è stato servito niente su un piatto d’argento. Per dire, ancora adesso certi giornali non sanno chi sono».È vero quello che dice suo figlio?
Marco: «Be’, certo: diciamo che, quanto a esposizione mediatica, i figli di Totti hanno avuto la vita più facile della sua».15 Marzo 2011 Simona Siri
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